CARTA BIANCA

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Rubami. Adorami. Sarò il tuo Dio. Captami. Distruggimi. Sarò la tua follia.

Avrei potuto domandare il tuo stesso corpo, in questo strano scambio. La tua dignità. Gli abissi della tua vergogna. La tua anima ai piedi, solo per il vano piacere di calpestarla. Tu probabilmente avresti accolto tutte queste mie richieste, senza opporre resistenza alcuna. Mi hai dato carta bianca, amica mia. “Qualunque cosa”, mi hai detto. Perché desideri questo piccolo oggetto ad ogni costo. E ora fa’ solo ciò che ti ho detto. E’ facile. Abbi fiducia in me. Presto sarà tuo…

Rubami. Inseguimi. Sfuggimi. Eccitami. Cercami. Donati a me.

Ti guardo dal soppalco del secondo piano, dove non puoi vedermi. Hai un passo incerto e titubante, mentre entri e ti guardi intorno. Non sai se sono qui, ma mi stai cercando. Sei spaventata, e al tempo stesso profondamente eccitata. Non importava quanto enorme fosse la posta, sapevo con certezza assoluta che tu comunque avresti accettato la mia sfida. Ed è per questo motivo che tu meriti questo libro, mia folle ammiratrice. Perché possiedi inquietudine e coraggio. Voglia di varcar confini, e irragionevolezza. Spregiudicatezza e sensibilità. Un pericoloso abbinamento di virtù che oggi non ti salverà certo dal mio inferno.

Rubami. Respirami. Inebriami. Avvolgimi con la tua lingua. Con la tua paura.

Nessuna commessa potrà dar risposte alla tua ricerca. Nessun computer contiene la sua collocazione. E tu lo sai. Qui ci muoviamo fuori da tutti gli schemi. Qui ci muoviamo dove non ci sono regole. Cammini, rossa nel viso, nel dedalo di copertine colorate, alla ricerca del mio libro. Cammino con te, senza farmi vedere, silenziosa ed invisibile ombra. Non mi hai mai visto in volto: è facile il mio gioco, in mezzo a così tante persone. Ti aggiri per scaffali di autori eterni, mille volte più grandi di me. Per chilometri di cultura e di immondizia. Nella libreria più grande di Bologna. Proprio davanti alle torri. Cercami, amica mia. Scovami. Risolvi la mia caccia al tesoro tra gli scaffali. Dovrai capir tu dove. Dovrai capir tu come. Dovrai capir tu, alla fine di tutto , soprattutto il perché…

Rubami. Baciami. Mordimi. Offrimi la tua carne come prossimo pasto.

Hanno eleganza, i tuoi gesti. Mostrano determinazione, pur nell’incertezza. Come se una parte di te, fosse fermamente motivata a vincere sé stessa. E io le darò una mano. Guardi ad uno ad uno, quasi vergognandoti, tutti i romanzi erotici. Ti guardi alle spalle, mentre lo fai. Ma io non sono certo lì. E comunque ti sbagli. Non scrivo eros, mia giovane ammiratrice. Non eccito le menti, al più le travio. Mostro loro nuove strade. Io scrivo inferno, tormento, dannazione. Ma molto prima di queste cose scrivo complicità. Cerca altrove. La libreria è grande, eppure così pochi sono i posti in cui potrei averlo messo. Segui la tua fantasia. In fondo è semplice…

Rubami. Vivimi. Stupiscimi. Sconvolgimi. E infine poi uccidimi. Senza pietà.

Capto ogni tuo pensiero. Ogni tua emozione. Penso alle parole che ci siamo detti. Penso a tutto il tuo desiderio di dar vita alla tua più intima voce. Di lasciarti andare, finalmente. Di vivere in libertà l’amore. La mia antenna impazzisce nell’intensità di queste tue frequenze. Entusiasmo, e al tempo stesso timore. Intima gioia e delirio. Tormento e uno smisurato desiderio di proibito. La prima copia. Si, proprio così. Sarà tua. Deglutisci. La bozza de “Il Demone dell’amore”. Molti mesi prima che chiunque altro possa leggerlo. Molti mesi prima che gli altri lo amino, tu lo potrai amare. Fino ad aprile tutti dovranno attendere i tempi editoriali. Tu no. Sorrido, mentre osservo la tua caccia al tesoro tra gli scaffali. Ti senti di nuovo bambina, in questo nostro gioco. Divertita, nel mio nascondino, e al tempo stesso inquieta. Come se in questa ricerca fossi la preda, e non la cacciatrice. E’ il mio mondo, questo. Benvenuta amica mia, nel mio labirinto di follia. Lontano dalla ragione sta la mia bellezza. Oltre la prudenza. Oltre il pudore. Oltre i più battuti sentieri. Cammini. E io non riesco a staccare gli occhi dal tuo magnifico sedere. La voglia di toccarlo mi sta mordendo lo stomaco.

Rubami. Turbami. Acclamami. Adorami in ginocchio. Invocami. Fammi godere di te.

Amo i tuoi contrasti, amica mia. I tuoi combattimenti interiori. La bambina fragile che sta dietro a tante tue scelte, la accarezzerò. La guiderò. Le donerò tutto  il mio Demone dell’amore. Il folle scambio che ti ho proposto ora ti sta divertendo. L’emozione la senti venir su dallo stomaco. Mi cerchi ora per lettera tra i romanzi. Scuoto la testa con disappunto. Prima provi sotto la lettere “I”. Poi sotto la lettera “R”. E io mi chiedo, divertito, se Ramo sia il nome, e Rubato il cognome, o viceversa. No. Cerca ancora. Cercalo altrove. Trovalo. Presto sarà tuo. E allora ti darò ali che cerchi, se vorrai volare.

Rubami. Cercami. Scoprimi. Vendimi l’anima. Viaggiami dentro di te

Stai andando nel reparto giusto. Finalmente hai capito. Non era così difficile. Cerchi sotto i libri delle poesie di Neruda. E finalmente mi trovi. Lo prendi in mano. Lo annusi. Lo baci, felice come una bambina davanti al suo nuovo gioco. Lo stringi al petto e chiudi gli occhi. E’ quasi tuo. Ora però ricorda il nostro patto. E rispetta le mie regole.
Rubami. Ascoltami. Assecondami. Pagami. Dammi ora tutto ciò che ti ho chiesto.
“Se vuoi la bozza del Demone dell’amore, mia folle ammiratrice, non voglio il tuo corpo. Non voglio nemmeno le tue labbra. Dovrai solo fare qualcosa di molto coraggioso. Ti porterò oltre la tua morale. Dovrai andare contro te stessa. Contro tutto quello che ti hanno insegnato. Contro la brava bambina che ti hanno detto sempre di essere. Troverai la bozza del “Demone dell’Amore” alla Feltrinelli, già questo sabato pomeriggio. Non farti vedere. Mettilo nella borsa. Ed esci senza pagarlo. Stai tranquilla. L’ho messo io, e non suonerà l’allarme quando uscirai.”

Rubami. Rubami. Rubami. Rubami. Rubami.

Ti tremano le mani. Le senti ghiacciate. Non ci scorre più il sangue. Ti porti in un angolo lontano. Dove non ci sono telecamere. Sei tesissima. Ti senti una ladra. Non hai mai rubato nemmeno uno spillo, in vita tua. E’ la tua paura più grande, essere scoperta mentre rubi qualcosa. Sei una brava ragazza. Si. E ciò che ti voglio mostrare, sta oltre l’essere una brava ragazza. Seguimi. Vinciti. Supera le tue paure. Io non ti chiedo altro. Ti metti dietro ad un uomo alto, per coprirti meglio. Ma sei tesa come una corda. Inciampi e quasi gli finisci addosso. Ti aiuta ad alzarti, mentre ti scusi. Ma intanto, mentre eri a terra, hai velocemente infilato il libro nella borsetta. E ora ti senti più sollevata. La prima cosa è fatta. Ora viene la più difficile. La prova del fuoco. Respiri profondamente. E ti dirigi all’uscita della libreria.

Rubami. Percorrimi. Superami. Oltrepassami. Ascoltami in tutta la paura che hai.

Fai piccoli passi terrorizzata, avvicinandoti al controllo sonoro. Stringi i pugni scaramanticamente. Ti ho detto di fidarti di me, amica mia. Il libro non farà suonare l’allarme. L’ho messo io stesso. Procedi. Vincinti. Sfidati. Cammini con gli occhi chiusi. E quando passi, esplode come un tuono il segnale dell’allarme. Apri gli occhi, il segnale sta lampeggiando. Il tempo sembra che si sia fermato. Tutti ti guardano. I commessi ti dicono di aspettare un attimo. Di non preoccuparti. Probabilmente è una sciocchezza. Tu pensi al libro dentro alla borsetta e ti senti una morsa sulla stomaco. Ti sembra di sprofondare.

Rubami. Odiami. Insultami. Picchiami. Schiaffeggiami. Desiderami morto.

Ti fanno passare un paio di volte, e sempre suona l’allarme. Chiamano l’addetta alla sicurezza. Ti fanno aprire la borsa. Dove c’è anche il libro. Ti viene da piangere. Ti stai vergognando come non ti era mai successo. Ma non è il libro che ha fatto scattare l’allarme. Non ha neppure il codice a barre, amica mia. Perché ti avrei dovuto mentire? “Qualcuno deve averle fatto uno scherzo, dice la commessa. Le hanno attaccato un’etichetta di un altro libro sotto la gonna.” Ride. “Guardi. Proprio sul suo sedere!  C’è pure un biglietto scritto a mano.” Leggi il biglietto. Non credi a ciò che c’è scritto. Spalanchi gli occhi, incredula. Le tue mani si raggelano alla lettura di quelle parole. Si, amica mia. Qualche secondo fa, ti ho aiutato a rialzarti. Piacere. Ero io. Le tue gambe iniziano a tremare. Sorrido, invisibile e già lontano. Ora a te la scelta, mia coraggiosa ammiratrice. Ma non hai molto tempo per decidere. Hai quindici minuti. Non un solo minuto di più.

Rubami. Evitami. Sfuggimi. Scappami. Ora corri lontano più veloce che puoi.

Ti osservo, dalla finestra, mentre pensi a ciò che ti ho scritto nel biglietto. Nel tuo combattimento interiore. Nella tua guerra tra ragione e desiderio. Scuoti la testa, come a dire no. “Non posso. Non voglio. Non devo.” E ti allontani di passo veloce. Fuggi. Mentre io, invece, vado a prepararmi. So già che presto ci rivedremo. So chi sei. So che ci sarai. Non mancherai all’appuntamento

Rubami. Vivimi. Stupiscimi. Sconvolgimi. E infine poi uccidimi. Senza pietà.

Ed eccoti qui, amica mia. Da quando hai aperto la porta, non ci siamo ancora scambiati una parola. Rimani immobile da più di un minuto sulla porta, senza dire nulla. Mi studi. Mi aspetti. Ci fissiamo negli occhi, senza batter ciglio. Ti sorrido. E subito hai capito cosa voglio da te. Non ti aspettavi proprio di vedermi. Sei sconvolta. Eppure così tanto lo desideravi, questo momento… Abbasso le luci. Ti metto le mani sulle spalle. E’ musica per me il tuo respiro convulso mentre ti spoglio nella penombra. Nuda. Meravigliosamente nuda. Completamente nuda. Nelle mani di un perfetto sconosciuto. L’hai sempre sognato. Appoggio una mano sul tuo seno e ti ascolto. Sorrido.  Il cuore ti sta proprio scoppiando nel petto. Respiri col naso, profondamente. Non ti sembra vero di essere qui. Mi hai chiesto se le faccio davvero, quello cose che scrivo sul mio blog. Questa è la mia risposta. Le labbra ti vibrano mute, in un silenzioso balbettio. Ti bacio sul collo. Lentamente. Ti accarezzo i capelli. Ti rassicuro. Senza alcuna fretta. Hai i nervi a fior di pelle. Il fuoco che ti dilania il ventre. Lasciati andare, amica mia. Fai fare tutto a me. Chiudi gli occhi e vieni con me. “Tu devi essere pazzo!” Balbetti sottovoce. E io non ti rispondo: hai perfettamente ragione. Lo sono. Ora però segui i miei passi. Segui la mia follia. Ti guido sul letto. Sul comodino vicino al libro, c’è ancora l’invito che ti sei trovata sotto la gonna.
“Ti aspetto all’albergo davanti alla libreria. Camera 12, primo piano. Tra 15 minuti. Non parlarmi. Odio i convenevoli“

Rubami. Accoglimi. Toccami. Respirami. Godimi. Ma stai attenta a me.

Muovo le mani sul tuo corpo. Ti faccio venire dolcemente la pelle d’oca. Scivolo con le dita, per tutto il tuo ventre. Scivolo lento, fino ad annegare nella tua umidità. Gemi. Impazzisci. Ti stai sentendo dolcemente morire. Prendo i tuoi polsi. Li porto dietro alla schiena. Senza che tu le possa vedere, ti faccio sentire due corde, con le mani. Scuoti la testa. Hai un sussulto. Dici “no”, ridendo. E fai un passo avanti. Io sto fermo. Zitto. Ti aspetto. Ti do il tempo per decidere. Ti do il tempo per capire. E quando torno, mi fai trovare tu stessa i polsi. Li lego dietro alla schiena. Con dolcezza. Con fermezza. Ti accarezzo si seni. Ti do un bacio sulle labbra. Ti rassicuro. E tu mi porgi tutta te stessa come a dire. “fai di me tutto quello che vuoi”.

Rubami. Accoglimi. Contienimi. Venerami. Fatti riempire di tutto me stesso.

Ti metto in ginocchio, con le gambe aperte sul letto. Ti accarezzo. Ti afferro da dietro. Tenendoti la testa per i capelli. Quando entro in te, fai un urlo di stupore. Mordi il cuscino. Per non gridare di piacere. Gemi. Respiri. Gemi. Respiri. Gemi. Respiri. Liberi nell’aria preghiere convulse di piacere. E io combatto con te, alleato e nemico, questa dolce battaglia. Balla con me, questo tango all’inferno, amica mia. Sono musica diabolica i rumori del letto. Sono canti di demoni le nostra urla straziate. Sono braci impazzite le luci che si muovono su e giù, assieme al nostro movimento. Sono tutti i gironi infernali, quelli che ti senti esplodere dentro. E sono gocce di fuoco, infine, il mio piacere sulla tua pelle. Ti bacio sulla bocca. A lungo. In profondità. E poi mi stacco da te.

Rubami. Volami. Esplodimi. Amami. Respirami in tutta la mia follia.

Ti guardo negli occhi, mentre ti slego i polsi. Mi guardi, con gli occhi pieni di silenziosa follia. Giaci ancora lontana, nell’estasi assurda di un piacere proibito.  Devi ancora realizzare di essere stata tu, a vivere ciò che hai vissuto. Ti è sembrato tutto un folle sogno. Eppure così vivo. Eppure così lacerante. Eppure così infinitamente vicino a te stessa. Non hai avuto il tempo di capire, e tutto sta già finendo. Tra pochi minuti io sarò via. E non mi vedrai mai più. Mentre mi rivesto rimani sul letto. Nuda. Prendi in mano “il Demone dell’amore”. In silenzio cominci a sfogliarlo. Scorri veloci le pagine. Leggi i titoli di tutti i racconti. E infine ti fermi alle ultime pagine del libro, dubbiosa. Curiosa. Si intitolano “CARTA BIANCA”. Sono alcuni fogli completamente vuoti. Non c’è scritta nemmeno una parola. Li esamini perplessa. Mi guardi per un attimo e ti chiedi silenziosamente il perché. Sorrido. E senza dirti più nemmeno una parola, esco dalla camera.

Rubami. Dimenticami. Annullami. Cancellami. Ma portami, per sempre, dentro di te.

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Il Racconto “CARTA BIANCA”, concepito come ultimo nella raccolta “IL DEMONE DELL’AMORE” è stato scritto nel gennaio 2011. La fotografia, dal titolo “CARTA BIANCA” è stata scattata nel gennaio 2011.

LA VOCE

… ti amo come si amano certe cose oscure. Segretamente. Dentro l’ombra e l’anima.
Ti amo come la pianta che non fiorisce e racchiude in sè la luce di quei fiori…
(Pablo Neruda)

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20 ottobre

Una strana inquietudine ti riempie la gola mentre prendi in mano il telefono. Come un presentimento. Come un respiro strozzato. Come un formicolio sulla pelle.  Fai il numero di tua madre: ti devi accordare per il pranzo. E invece ti rispondo io. Ti scusi. Probabilmente avrai sbagliato numero. Eppure, mentre stai parlando, leggi bene sul quadrante “mamma”. Ti colpisce la mia voce. Lo percepisco a pelle. Ti intimoriscono e assieme ti attraggono le frequenze pacate di cui so vestirla. Ti soffermi in spiegazioni non necessarie, quasi a prolungare questo fortuito incontro telefonico. Ed io, distaccato e compiaciuto, assecondo questo tuo tacito desiderio.

Io sono la voce che soggioga. Rete dell’anima. Prigione della ragione. Ragnatela invisibile di sentimenti dannati. Io sono la voce della tua oscura attrazione per il baratro. Io sono la porta verso un mondo inesplorato.

Torni a telefonare a tua madre,  ma rispondo sempre io. Ridi e ti scusi. Rinunci a telefonare a tua madre, avrai fatto forse qualche pasticcio con la rubrica. Ma poi, quando mezz’ora dopo provi a telefonare ad Elisa, per sentire di suo fratello, ti risponde sempre la mia voce. Ci scherziamo su. Mi dici che forse è un problema della scheda del cellulare, che ti manda solo sul mio numero. Io ti dico che è piuttosto un evidente segno del destino. Non ci siamo mai parlati, certo, eppure, da ignoti, giù lo facciamo come se ci frequentassimo da sempre.

Io sono la voce della tua imprudente incoscienza, amica mia.  L’eco di un abisso che altro abisso a sè invoca. Il vorticoso richiamo di una porta proibita, di cui presto ti donerò le chiavi. Io sono il tuo silenzio che si fa viva voce. Io sono la voce del “nulla” che presto diventerà ”assoluto”. 

Ti intrattieni mezz’ora, questa volta. Può sembrar strano, ma è sempre più facile parlare con uno sconosciuto, che con il nostro vicino di casa. Quando inizi a fare domande su di me, mi maschero elegantemente di mistero. Perchè anche le cose più innocenti sanno acquistare fascino, nella penombra, amica mia. Del mio labirinto tu mi chiedi il filo, ma io non sono Arianna. Io sono il Minotauro…

5 novembre

Il nostro strano incontro si ripete con crescente frequenza. E’ diventato il piacere di un’insolita relazione. Hai comprato un altro telefono, ed una nuova scheda telefonica. E il tuo vecchio telefono “guasto” ora lo usi solo per me.  Ogni volta, stranamente, parliamo per ore ed ore, senza che ti venga addebitato nemmeno uno scatto.

Entro nel tuo cuore. Giorno dopo giorno. Afferro le tue inquietudini. Racconto la tua anima come nemmeno tu sapevi vederla. Divento l’appuntamento segreto a cui non riesci a rinunciare. Divento soprattutto l’essenza rivelatrice di ogni tuo desiderio. Anche del più torbido. Lo specchio di una tua multiforme anima segreta. Ti svelo la tua infanzia più remota. Ti spiego tutto quello che del tuo passato, fino ad oggi, non ti era stato chiaro. Divento la tua intimità svelata. Il segreto stesso della conoscenza di te.

Io sono la misteriosa voce di tutto ciò che ti appartiene, e al tempo stesso ti sfugge.  Sono il tuo chiodo fisso. Il primo pensiero al mattino. La tua buonanotte alla sera. Il condimento dei tuoi pasti. L’incedere musicale dei tuoi passi. La viva ebbrezza del tuo respiro notturno.

Più volte hai chiesto la mia identità. Il mio nome. Ed io, puntualmente, ti ho sempre risposto ”Nessuno”. Ma poi ti stupisco raccontandoti qualcosa di te che non sai. Ti incanto e tu accetti il gioco del mio mistero. Come se fossi un’entità divina da accettare, e da non capire. Ma non sono affatto un veggente, amica mia. E neppure un mago. Semplimente raccolgo le tue parole nelle mie e ne completo l’essenza.

Io sono solo la voce della tua anima che si sta sciogliendo nella mia.

7 novembre

Mi chiami mentre sei immersa nella vasca da bagno. Assaporo all’istante il calore di quell’acqua. Sento fremere in essa il desiderio morboso del tuo corpo. Non mi dilungo in saluti e in formalità. Darò semplicemente alla tua anima, quello che mi sta chiedendo. Quello che nel fondo del cuore sommamente desidera. “Ascolta le mie parole, amica mia. Metti il telefono in viva voce e prestami le tue mani. Voglio fare di esse un delicato e magico strumento di piacere. Solamente spegni la luce. Poi lasciati trasportare dalle mie parole ciecamente…

Io sono la voce dei tuoi sensi dilatati. L’illusione del buio. L’infinita poesia di un gioco  fatto per amore. Io sono l’ebbrezza del piacere che ubriaca di sè i sensi. Io sono la suadente carezza delle mani sopra al tuo fuoco.  

Sfiori delicatamente il tuo corpo sotto l’acqua calda, accompagnata dal mio ipnotico parlare. Strofini con riscoperto vigore in mezzo alle tue cosce. Nella penombra dominata dalla mia voce ti pare che l’acqua si stia muovendo in modo strano e delicato. Come se ti stesse cullando dentro di sè. Diventi feto nel ventre caldo del mio suadente parlare. Ti pervade, incredibile, l’impressione di molte mani e molte bocche sul tuo corpo. La mia anima penetra la tua anima, e ti pare che il mio corpo stia facendo altrettanto con il tuo. Ma non è solo un’ impressione. Tu mi percepisci davvero dentro di te. Vivi un piacere viscerale e nuovo che si attacca alla tua carne, e ne muove le gesta impazzite.

Io sono la voce della passione che trascina i sensi. Il canto divino di un’unione mai consumata. Io sono l’estasi che cresce e piano piano ti porta a spasmodiche urla. Io sono il gemito strozzato di un piacere mai provato. Io sono il vulcano della tua mente trascinato fino alla sua esplosione.

Resti zitta, singhiozzando. Poi mi chiedi chi sono. O cosa sono. Come ho potuto fare quella magia. Dentro di te c’era un uomo. Non erano le tue mani. Era un uomo VERO quello che ti ha fatto traboccare di piacere. Era come sei io fossi nella vasca con te. Devi sapere chi sono. Mi vorrai. Anche se io fossi il diavolo. Tu sei mia. Fino all’anima. Ti stai consumando d’amore per ciò che non vedi. Io non ti rispondo. Rimango in assoluto silenzio e ti ascolto. Tu non puoi sapere quanto per me, questo amore, ormai sia tutto ciò che possiedo.

15 novembre

Molte altre volte ho rapito il tuo corpo, portandolo in quello stato di trance assoluto. Molte altre volte ho mostrato ai tuoi sensi la loro irruenta natura, facendola sfociare in un piacere così pieno da risultare quasi doloroso. Oggi invece sono richiamato ad un compito ben più ingrato: all’infame destino di un addio.
Per la prima volta da quando ci sentiamo, ti chiamo io. Ti sorprende, non sai per quale motivo, ma non te lo aspettavi. Senti la mia voce diversa del solito, come se incombesse nell’aria un brusco cambiamento di rotta. Quando prendi in mano la cornetta te ne accorgi subito.
Ti dico che non ci potremo più sentire. E che ti volevo solo salutare. Mi rispondi con voce tremante e impazzita. Mi dici che hai bisogno di me. Che mi vuoi conoscere di persona, e che non posso scomparire così. Ed io mi sento stringere il cuore come in una morsa. Dolorosamente. Ti dico che invece, purtroppo, quella è proprio l’ultima volta che mi sentirai. Non capisci il perchè. Indaghi. Domandi. Ma non ottieni risposte. Dici che mi devi toccare, baciare, assaporare. Che non ce la fai più. Devi sapere. Devi vedere. Devi dar risposta alle domande assillanti che ti pone così fortemente il tuo cuore.

Io sono l’incalzante voce di un saluto disperato. Il rumore di un fiume che sfocia nel suo mare. L’angoscia di un addio necessario e fortemente non voluto. Io sono la terra che ti mancherà sotto i piedi. L’aria che più non riempirà i tuoi polmoni. L’acqua che lascerà sete alla tua sete.

Non ti era mai capitato di essere così presa per un uomo, senza per altro neppure averlo visto. Mi dici che del mio aspetto fisico nulla mi importa. Che ormai la mia anima ha rapito la tua. Mi dici che se la mie sole parole tanto hanno potuto su di te, devi conoscere chi sa dare loro vita.

“Io sono qui a Bologna, amica mia. Mi troverai all’Ospedale Sant’Orsola. Al terzo piano dell’edificio C. Ti aspetterò. Noi già ci conosciamo…”

Stai zitta. Poi mi dici che è impossibile. Che la mia voce non l’hai mai sentita prima. Ne sei sicurissima. Mentre ti chiedi il senso delle mie parole “ti aspetterò”, guardi il telefono. E’ spento e non sto più parlando. Ti si ferma il cuore: l’avevi tenuto staccato da ieri sera, e non l’avevi ancora riacceso. Il sangue ti schizza improvvisono nelle vene. Ti ho spaventato. Non volevo…  Eppure amica mia, la mia voce non ha certo bisogno di un telefono, ormai, per farsi sentire da te.

Io sono  l’irrefrenabile corsa del tuo cuore che accellera, mentre guidi impazzita verso l’Ospedale. Io sono il grido di un motore che sgasa senza mai prendere fiato. Io sono il rumore arrabbiato di uno sportello che sbatte violento, mentre i tuoi tacchi corrono sull’asfalto bagnato di pioggia 

Il Sant’Orsola è gremito. Un fiume d’anime che s’affretta, regolare ed impaziente. Cammini veloce, guardandoti in giro. Mi cerchi ansiosa scrutando tra quei visi che passano e non si fermano. Anime dannate che attraversano il loro inferno. Cerchi il mio viso in ogni infermiere. In ogni dottore. In ogni paziente. In ogni persona che vedi nel corridoio. Ma no. Io non sono nessuno di loro..

Io sono la voce di ogni tuo silenzioso desiderio, bambina mia. Della follia dell’amore più disperato. Di quella incredibile forza in grado di sconvolgere ogni cosa. Perfino di sfidare la morte.

Nel tuo vagare disorientato per corridoi dell’ospedale incontri Elisa, la tua migliore amica. Ha gli occhi scavati. Consumati dal dolore di un mese in ospedale. Ti torna in mente la sua disgrazia, e subito ti senti in colpa per non esserti fatta viva, così presa dalla tua storia “telefonica”. Investito da un camion, è ancora in fin di vita Luca. Il suo carissimo fratello sordomuto. Il ragazzo forse  più bello che tu abbia mai visto. Il ragazzo più sfortunato, triste e solitario di questo mondo. Mai ti ha potuto dire una parola, ma sempre ti veniva a salutare con i suoi occhi. Ancora te lo vedi.

Io sono la voce straziata di un’assurda tragedia. Un mistero di parole donato dagli dei per compensare una vita di silenzio. Io sono semplicemente ed infinitamente tutto ciò che in vita non ho mai potuto avere.

Sbarri gli occhi, afferrata da un presentimento rivelatore. Incredula. Non riesci a focalizzare bene. Non può essere vero. No… Poi come un flashback ti torna in mente quel giorno dell’anno scorso. Per un attimo ricordi l’istante in cui Luca ti aveva regalato un tuo bellissimo ritratto. E tu, stupita per la perfezione di quel disegno, di nascosto a tutti, gli avevi lasciato un vivo bacio sulle labbra.

Io sono la voce del mio più grande rimpianto, amica mia. Quello di non averti potuto amare, mentre così tanto ti desideravo. Io sono la muta disperazione di un amore vissuto solo nell’anima e mai consumato. Io sono l’arcana forza che si è aggrappata alla vita, solo per entrare, almeno una volta, fin dentro al tuo cuore.

Sento che parli con mia sorella. Ti dice che sono clinicamente morto, ma che ogni tanto ho improvvisi ed inspiegabili segni di vivissima attività celebrale. E che quindi sperano ancora in un qualche miracolo. Nato sordo. Cresciuto muto, imprigionato dentro di sè ben oltre la sua sola malattia. Elisa ti dice, con un nodo alla gola,  che sono stato un artista rinchiuso dentro la prigione di se stesso. Guardi sul mio comodino. C’è il mio grosso quaderno di schizzi. Nelle ultime pagine ci sono solo tuoi ritratti.  Saranno almeno cento. Perfetti. Raccontano la tua vita meglio di quanto riuscirebbe chiunque altro. L’umore, i pensieri, i vestiti di tutti i giorni che eri andata a casa di Elisa.

Io sono la voce di chi non può parlare o sentire, ma che vorrebbe assordarti di sè. Io sono l’attesa di un sogno senza compimento. Io sono la follia dell’arte creativa, che ha saputo reinventare l’amore. L’impeto divino ed infernale di un sentimento oltre ogni convenzione.

Sento le tue braccia che mi stringono il corpo, gemendo. Sento il calore del tuo viso sul mio. Sento, per la seconda volta, il sapore delle tue labbra. Le carezze della tua lingua scavano nella mia bocca inerme, mentre la vita mi sfugge dal petto. Può sembrarti strano, amica mia. Ma non riesco a pensare ad un modo migliore di morire.

Io sono la voce delle tue lacrime che mi innaffiano il viso. L’urlo silente di un amore forte ed improvviso, nato e vissuto e fiorito in una muta serra. Io sono la voce di un’anima liberata alle stelle. Io sono l’eco spezzata di un infinito silenzio.  

Il racconto è, ovviamente, di fantasia, ed è stato scritto nel gennaio del 2008.

SERIAL KILLER

serial killer

Ho curato tutto nei minimi particolari. Nulla è stato lasciato al caso. Non questa volta che la situazione è così delicata. Io sarò anche un killer, ma uccidere non è affatto il mio mestiere…

“Ti colpirò, senza odio e senza collera.
Perchè possa al fine dissetare il mio Sahara,
le acque del dolore zampillare farò dalla tua palpebra.
E il desiderio andrà sulle tue lacrime salate
come un vascello che si spinge al largo.
Nel cuore inebriato i tuoi singhiozzi,
che mi son cari, echeggeranno
come un tamburo, che batte per la carica.
Io sono coltello e piaga, schiaffo e guancia

Questi sono i versi che hai trovato nel tuo pacchetto di sigarette. Questi sono l’elegante anticamera al tuo patibolo. Con versi che tanto ami ho annunciato l’approssimarsi della tua morte. Ma tu, di questo biglietto non dirai niente a nessuno. D’altra parte non puoi proprio fare diversamente… Sono diventato la tua ombra nell’ombra. Sono ovunque, senza che tu mi veda. Posso tutto, senza che tu lo sappia. Nel mio essere invisibile mi sono reso simile ad un dio onnipotente. E tu stai per salire sulla mia ara sacrificale…
Ti vedo da lontano. Stai arrivando, nella notte, e sei sola. E così sia. Stasera, amica mia, sarà la “nostra sera”…

Ripenso al tuo corpo sopra il mio, e al tuo seno che ondeggia al ritmo dei nostri gemiti concitati, davanti ai miei occhi. Ripenso ai tuoi respiri che incalzano i miei, in quella corsa straziata verso l’estasi. Ripenso alle nostre dita che si intrecciano forte, mentre raggiungi gridando l’apice dei sensi. Sento ancora quei versi che tu non lasci mai soffocare in gola. Entrano dentro al mio cuore, mentre il tuo piacere si riempie copiosamente del mio, mescolandosi ad esso. Il riflesso lontano di quell’amore consumato mi invade ancora la mente, mentre ti aspetto qui. Ripenso alle tue parole di quella sera. Ero rimasto stupito di quei tuoi pensieri inquieti. Dovevi essere proprio pazza per chiedermi quella cosa… “Fallo per me, ti prego… “

Ma ora le carte in tavola sono cambiate, amica mia. Tu non sei più la donna di quella sera. Ti muovi come una preda che ha fiutato il suo cacciatore. I tuoi pensieri sono imbevuti di paura, come una spugna che non ti lascerò strizzare.  Avverti che qualcuno ti sta osservando, e tu non riesci a vederlo. Spuntano ombre da ogni lato. Sono gli arcani spiriti che tu stessa hai evocato. Sono il riflesso delle tue paure più recondite. Presto le sentirai camminare sulla tua pelle.

“… anche stanotte. Sempre lo stesso sogno. Mi capita fin da quando era piccola. In molti mi vogliono morta, sai? Eh eh… Forse anche tu… prima o poi… lo vorrai. eh eh”

Non dovevi rifiutare il passaggio di Michela, e ora ti senti il cuore pulsare in gola. Senti la morte che aleggia nell’aria. La paura è una bestia che ti avvolge fin dallo stomaco, e ti si annoda finanche al respiro. Provi a pensare ad altro. Reciti, tra te e te, l’eco confusa di mille preghiere imparate da bambina. Ma non basterenno certo questi esorcismi a farmi scomparire. Io sono a pochi passi da te, adesso. E tu annusi ovunque la mia presenza. Un forte rumore ti spezza il fiato. Dalle labbra si libera un urlo involontario. Il cuore ti è esploso nel petto e ora lo senti pulsare come un motore impazzito. E’ stato solo il cane del vicino, che all’improvviso ti ha abbaiato da dietro alla siepe. Ridi. “Il cane dei Guidi. Stronzo di un cane…” Riprendi fiato. Ti rincuori. Sorridi.
Ma poi ti accorgi che invece qualcosa è proprio cambiato. Il cane non abbaia a te, ma a qualcosa che tu non vedi, a qualcuno o qualcosa che stava alle tue spalle, nel buio. Dietro di te senti dei passi che ti seguono. Passi che accellerano quando tu accelleri. Passi che stanno dietro ai tuoi passi. Tu non ti volti. Non puoi. Hai troppa paura di imbatterti in quel destino da cui ormai, lo sai, non puoi sfuggire.
Sei vicina a casa. Sento i tuoi tacchi che rimbombano nella strada, buia, mentre tu già cerchi le chiavi di casa. Ti tremano le mani mentre le infili. I passi si stanno avvicinando. “Cazzo, su, cazzo. Apriti. Ti prego, apriti. ti prego, apriti.” Ma non serve più pregare. Non adesso.  E poi, dovresti essere più concentrata.  Non si dovrebbe mai sbagliare chiave in momenti come questi. Proprio ora che i passi sono alle tue spalle. Il tuo cuore  batte a più non posso. Il suo tamburo rimbomba nelle tue orecchie. Le mani tremano nel cercare la toppa della serratura. Ma la chiave riapre la tua speranza, assieme alla serratura. La porta lascia dietro a sè i passi. E tu respiri, nel piacere di un’ attesa liberazione. Fai il doppio giro di chiave. E ora finalmente sei al sicuro. Ora sei a casa tua, dove nessuno potrebbe certo farti del male.

Senza fare il minimo rumore ti tappo la bocca con la mia mano. E’ vestita di fredda pelle nera. Avverti sulla tua bocca come una garza medica. Buffo sentirsi sicuri a casa propria…  Ti attendevo qui da un’ora, ormai, dietro la tua porta. I tuoi sensi lentamente ti abbandonano, mentre soffochi un urlo tra le mie mani. Le pareti del tuo soggiorno ondeggiano. La vista si annebbia. Ricordi solo il volto di una maschera orrenda, in due anguste fessure si rintanano i miei occhi. Il cloroformio comincia a fare effetto…

Mi dici che faccio l’amore in modo troppo morbido. A te piacciono le manieri forti. Rido e mi difendo. Bambina mia, ho quasi dieci anni più di te. Non provocarmi. Afferro i tuoi polsi con le mie mani e ti sfido, poi facciamo ancora l’amore. Ti piace, lo so… ma mi dici che per te ci vorrebbero ben altre cose… Ti diverti a farmi arrabbiare…”

Ti svegli. Come in mezzo al sonno profondo. E in questo dormiveglia, appena realizzi, io divento il tuo peggior incubo. Una ragnatela di corde ti blocca ad un letto piedi, e mani. Ovunque. Il tuo busto nudo è legato e tu non puoi muoverti in alcun modo. Solo poche candele illuminano la stanza. Nel buio stai per assistere alla tua esecuzione.
Lo sai amica mia chi sono io, vero? Sai anche perchè sono qui, giusto?  Provi a rispondere, ma spesso nastro adesivo sulla bocca ti impedisce di farlo. Annuisci con la testa. Poi respiri forte con le narici. Nei tuoi occhi leggo terrore viscerale. Mi inebrio di esso. Mi da potere. Indosso una maschera gravosa e oscura, di una tragedia greca. E mentre davanti ai tuoi occhi affilo un tagliente stiletto, ti spiego che d’amore si vedono soprattutto “commedie”, ma l’amore vero è sempre e solo infinitamente “tragedia”. La mia maschera nell’ombra ti gela il sangue. Il ferro stride su altro ferro, su questo rumore vedo spuntare sulle tue braccia la pelle d’oca. Scorre davanti ai tuoi occhi, come un film dell’orrore, l’arma che ti ucciderà. La faccio pattinare sulla tua pelle ora nuda. Vedo i tuoi capezzoli fiorire per l’emozione.

Ora fai quello che io ti dico… E prometto che ti risparmierò un sacco di dolore inutile. Premo la punta del coltello sul tuo ventre. Gioco a percorrere col freddo della lama il tuo corpo. L’adrenalina si mescola al piacere. E i tuoi sensi impazziscono quando senti il mio ferro giocare col tuo sesso. Adoro il profumo che fai quando ti ecciti. Lo sai? Porto la lama sul tuo collo. La faccio scorrere un po’. Un piccolo taglietto ti colora il collo di una riga rossa. La lecco, poi ti sussurro all’orecchio di spalancare le gambe. Fai segno di no con la testa. No. Mi preghi di no. Ma tu invece lo vuoi. Lo so alla perfezione. Non hai mai desiderato tanto qualche cosa come questa. Io sto per dominarti, amica mia, come mai ha fatto nessuno. Mente e corpo. Anima e sensi. Io ora sono il padrone del tuo stesso destino e della tua stessa vita. Senti le mie mani aprirti le gambe, il mio corpo entra vigorosamente dentro al tuo. Fino al midollo. Fino al fondo dell’anima. Senti il tuo ventre, bagnato di fuoco, che si riempie della mia più cruda bestialità. Io non sono più un uomo, ma il sommo sacerdote dei più oscuri riti eleusini. Il piacere ti pervade come un uragano tropicale. Il nastro adesivo si stacca dalle tue labbra, per il sudore che ti copre. E sento di nuovo la tua voce urlare di piacere. Sei l’eco del mio piacere più vivo. Sei il completamento della mia anima più oscura. Sei il canto impazzito di mille Baccanti invasate. Tra noi un’oscura intesa, che mai era stata a questi livelli. Come scintilla nella benzina esplodo dentro di te. E in quel preciso istante mi sento il padrone del tuo universo. Tu gemi come mai non hai fatto. Io sono il tuo giorno e assieme la tua notte. Io sono la tua vita e assieme la tua morte. Il sono pieno potere assoluto di tutto ciò che resta dei tuoi giorni.

Mi guardi. Estasiata. Innamorata. Vinta e infine sopraffatta. Era così, vero, che tu volevi fare l’amore con me? Voi donne siete proprio strane, a volte… Poi guardo la mia arma, davanti ai tuoi occhi. Tu non sarai salva, amica mia. Io ho una condanna da eseguire e tu lo sai bene. Nulla, proprio nulla, mi esimerà da portare a termine il mio compito. Guardo i tuoi occhi sbarrati e increduli. Mi implori, con voce tremante, di fermarmi. Mi chiedi di donarti la tua vita, mi assicuri che di essa sarò il padrone assoluto.

Mi fermo un attimo e ti guardo. Ma il tuo destino nemmeno a me appartiene. Io sono il tuo boia, e non certo il mandante del tuo omicidio. La tua ora è arrivata. Eseguo i miei gesti con la sacralità di un rito. Accarezzo la lama, affondo con fermezza per due volte lo stiletto nel tuo petto. Il pavimento di marmo si riempie di sangue. I tuoi occhi sono sbarrati, stupiti e increduli.  La tua esecuzione è stata compiuta. La mia promessa non è caduta nel vuoto. Hai infine avuto quello che meritavi… Tu giaci a terra come morta.

Aspetto circa 30 secondi. Poi ti finisco di togliere nastro adesivo e ti slego. Mentre pulisco il “sangue” dal pavimento, prima che raggiunga il tuo tappeto nuovo, mi riempi di baci. Mi dici che ti ho fatto letteralmente morire. In ogni senso. Che finalmente ho capito tutto di te. Che sono stato  irripetibilmente “borderline“, fantastico. Fenomenale! Persino lo stiletto truccato con il sangue finto! E il cloroformio! La maschera! Scuoto la testa e sorrido, come a prenderti in giro. Amica mia, lo sai, io adoro dar vita ad ogni tua fantasia. Tutte, nessuna esclusa. Ma dai retta a me, questa è l’ultima volta, davvero l’ultima volta, che noi due giochiamo al “Serial Killer”… Ti piace un po’ troppo, per i miei gusti. E la cosa incomincia davvero a preoccuparmi…


La foto ha titolo “SERIAL KILLER” ed è stata scattata a luglio 2007.

Il testo, scritto in giugno-luglio 2007, è completamente opera di fantasia.
La storia è dedicata alla bellissima e inquieta modella della foto.
La poesia di Baudelaire è “L’Euatontimorumenos”, dai Fiori del male.