MORSI

Brevi Eternità

Morde l’orgoglio di ogni cuore ferito.

Quanto può uccidere la gelida distanza della persona con cui si è divisa la più grande intimità? Non volevo più vederla, ma dovevo chiudere con dignità una guerra con me stesso che trascinavo dentro da mesi.  Di quel rapporto un tempo vivo rimaneva solo il sordo rumore di una porta sbattuta in faccia. Respingevo chi mi voleva avvicinare, stupidamente attaccato ai brandelli di una vuota attesa ogni giorno più priva di senso. Mi hai sottratto alle mie ipocondrie, Strega Bambina. A quella oscura follia che in quei giorni mi perseguitava. Mi hai salvato da un cieco richiamo verso l’autodistruzione che mi stava consumando. Ero solo, come mai mi ero sentito prima e mi hai dato il tuo calore nel momento più difficile. Avrei rivisto lei per l’ultima volta, quel giorno, mentre stavo toccando il fondo della mia esistenza. Ti ho chiesto di starmi vicina, e non ho dovuto chiederlo due volte. Ti ho domandato tutto ciò che avevi. Il tuo corpo, il tuo sangue, il tuo amore, tutta quella te stessa che nemmeno sapevi di possedere. Senza riserbo e senza aspettative, ti ho chiesto di prestarmi la tua vita. Saresti dovuta essere ”mia”, per il tempo necessario a dimenticarla. Tu, folle come nessuna, hai accettato. A distanza di tanto tempo, oggi mi chiedo ancora il perchè. Non ero stato forse proprio io all’origine di tutti i tuoi problemi? Grazie a te avrei fatto pace con me stesso, e mi sarei lasciato alle spalle il passato che mi perseguitava.

Morde la nostalgia di un amore sfiorato.

Mi aspetti alla stazione coprendoti come puoi. Fa freddo, e ti stringi al tuo cappotto grigio. E’ un anno e mezzo che non ci vediamo, ma basta appena un sorriso a cancellare quei mesi. I tuoi occhi mi accolgono con la festa di un sorriso. Sono gemme verdi di pazzia incastonate nel tuo viso innocente e perso. Ritrovo il senso della felicità, mia temporanea “amante”. Ti sbrano con lo sguardo e non te lo nascondo. Entriamo nell’albergo più vicino alla stazione. Anonimo, spoglio, in un questa città fredda e lontana. La vita è di nuovo fatta di cose belle come la tua presenza. Ti getto sul materasso, di forza. Tu ridi come una bambina. Sgomiti, mentre piombo su di te. Ti dimeni. Dici che sono cattivo. Lo sono molto più di quanto non pensi.

Morde il desiderio per il tuo corpo, e non concede tregua.

Ti spoglio, ti esploro. Ti tocco ovunque. Mi lasci fare del tuo corpo tutto ciò che desidero. Sono mesi che non vivo una donna come sto vivendo te in questo istante. Porto la mia bocca sulla tua e vi faccio girare la lingua impazzita. Tu sei mia, magari solo per un mese o un giorno, ma ora sei completamente mia. Mentre ti bacio mi torna in mente il folle modo in cui ci eravamo conosciuti. Per tre volte ci eravamo visti, ed ero stato il tuo diavolo. Il tuo traviatore. Corruttore senza scrupoli e senza riguardo. Avevo spalancato con non curanza il tuo vaso di Pandora, e ti avevo avvertita: attenta, bambina, perchè dopo di me non tornerai più indietro. Sarebbe stato l’inizio della tua fine, e non saresti più stata la stessa. Ti avevo mostrato gli abissi della tua anima nel buio di una benda, ti avevo fatto intravedere tutto l’inferno che essa poteva contenere. Pendevi dalle mie labbra. Ascoltavi ogni mio gesto rapita. Ti immolavi al mio altare blasfemo, senza alcuna prudenza, affamata di vita. Avevo lasciato segni di lame sulla tua carne. Ovunque sul tuo corpo avevo lasciato il mio piacere. Tu folle ed io crudele, esploravamo fino a dove avevi il coraggio di farti portare. Mi avevi dato tutta te stessa, fino al delirio.

Mordo la carne della tua schiena, come se ti stessi sbranando.

Vi lascio ben definite le impronte dei miei denti. Gridi. Dici che sono pazzo. E allora te ne do un altro.  E poi inizi a mordermi tu e non ti fermi più. C’è qualcosa di meravigliosamente infantile in ogni tuo gesto. Ti prendo di forza e di egoismo. Ti doni meravigliosamente al mio bisogno di sentirmi di nuovo vivo. E mentre il piacere contrae i muscoli di tutto il mio corpo, le tue unghie mi graffiano la schiena. Sospiro mugolando a lungo, quasi soffocato dalla prepotenza del mio godere. E’ la liberazione della mia anima, dopo mesi di solitaria prigione. E’ la risalita dopo una lunga apnea, fino ad un nuovo me stesso. Mi stendo al tuo fianco, e tu ti aggomitoli a me, come solo la più affiatata delle amanti sa fare. Ti stringo a me, forte e ti bacio. Rimango in silenzio, a gustarmi l’infinita bellezza di questo istante. Dentro di me penso che ti vorrei per tutta la vita. Poi guardo il mio polso, e ti dico che sei pazza. Ti mostro i segni che mi hanno lasciato i tuoi denti. Mi hai fatto perfino sanguinare. Sorridi orgogliosa e divertita. Mi dici che non riesci a trattenerti. Lo fai fin da bambina. Quando hai qualcuno davanti non resisti e mordi. Poi rimani per un istante in silenzio. E mi mostri il tuo braccio destro. Due cicatrici sormontano pallidi corsi blu del tuo avambraccio. Mi racconti che è stato il tuo secondo tentativo di suicidio. Ti hanno fermato in tempo, all’ultimo minuto. Io ti guardo e ti chiedo come stai ora. Tu mi dici bene. Sorridi. Poi cambi subito discorso. Mi dici che hai fame. E’ un rimprovero. Dovevo prendere io il pranzo, ma non ho avuto tempo. Ma forse qualcosa invece ce l’ho, anche se è poco.

Mordiamo in due la stessa arancia, spicchio dopo spicchio.

Mastichiamo assieme ogni boccone in un bacio. Litighiamo i pezzetti con la lingua. Accarezzi il mio sesso, mentre lo facciamo. Hai voglia di sentirmi di nuovo dentro di te. E io non mi faccio pregare. Ti aiuti con le mani, carezze delicate, e le tue grida di piacere sono inenarrabili. Invadono festanti l’aria, quasi dolorosamente. Richiamano tutto il piacere e allo stesso tempo tutto il dolore che porti dentro. Sfacciata, impudica, divertita e libera. Non eri così, quando ti avevo conosciuta. E mi piace questo tuo nuovo modo di essere. Urli sempre più forte, fino al delirio. Ascolto questo tuo concerto meravigliato ed altrettanto estasiato. E poi ti appoggi al letto, esausta. Ti rannicchi sotto le coperte. Mi guardi e mi dici che erano tre anni che non venivi davanti ad un uomo, e io mi gonfio di tutta l’intimità che questa frase si porta dietro. Poi esigi che le mie mani ti massaggino la schiena, dolcemente. Ascolta le mie mani, Strega Bambina. Vogliono parlarti. Vogliono proteggerti. Vogliono che tu sia felice come mai lo sei stata in vita tua. Ti godi il mio massaggio. Ti dico di farmi le fusa, e mi regali tutta la tua felinità. Guardo il tuo piercing al naso, fatto con un brillantino verde: è il tuo colore preferito. Era il tuo compleanno, ieri. Ti ho preso due regali. Ti spiego che ho detto alla commessa che erano per una sciroccata, e che volevo qualcosa di verde. Lei mi ha consigliato un portafoglio di pelle. In un secondo pacchetto ti do “Non ti muovere” della Mazzantini. E’ uno dei miei libri preferiti, e ha pure la copertina verde. Guardiamo l’ora.

Morde il tempo, che ci è sfuggito tra le dita.

Ti accompagno alla stazione, di corsa, perchè il treno sta per partire, e noi persi in chiacchiere non sospettavamo che fosse così tardi. Corri con ansia. Arriviamo col fiatone al binario. Ricordi quella volta che avevo rubato, senza accorgermene, il tuo reggiseno? Anche quella volta mi avevi inseguito fino in stazione di corsa, prima che il mio treno partisse. Ridiamo. Era finito in mezzo alle mie cose. Te l’avevo ridato dal finestrino. Eri arrivata mezza nuda e paonazza. Penso a quello che avevamo vissuto, in quei giorni. E mi domando quanta colpa abbia io in ciò che ti è capitato nei mesi successivi. Sto con te fino all’ultimo minuto. Rimango a guardarti partire, dal vagone. Immobile. E per un istante ti amo, come solo un bambino può amare qualcuno. Senza orgoglio, nè riserva. Guardo dentro me stesso. Sto di nuovo bene, dopo tanti mesi. Finalmente.

Morde la vita, infame e dolorosa, e i suoi verdetti non hanno mai appello.

Non sono riusciti a fermarlo, stavolta, il tuo terzo tentativo. Non può essere vero. Non deve essere vero. Appena l’ho saputo mi sono precipitato incredulo in macchina e ho schiacciato l’acceleratore con tutta la rabbia che avevo nel cuore. Alla camera ardente il tuo viso sorride per me di nuovo, come quando mi aspettavi alla stazione. Sono passati sei mesi. Non ci siamo più visti dopo quel giorno: troppo diverse le nostre vite. Ciascuno di noi ha preso la propria strada. Avrei dovuto rimanere con te. Ora lo capisco. Ti hanno trovata in un lago di sangue. E io non c’ero. Non ho saputo proteggerti da te stessa, come ti avevo promesso quel giorno. Perchè non mi hai chiamata? Maledetta stupida! Perchè non l’hai fatto? Io ti dovevo la vita nuova che mi hai dato. Come posso ora ricambiare quello che hai fatto per me? Ti sfioro per un istante. Ti bagno involontariamente con una lacrima.  Resta accanto a me anche oggi, Strega Bambina, come sei stata quel giorno che mi hai donato tutta te stessa. Restami accanto, perchè mi sento di nuovo solo. Restami vicino ogni giorno in cui mi sentirò triste, perchè solamente tu hai il potere di guarire le ferite della mia anima.

Forse bisogna essere morsi
da un’ape velenosa
per mandare messaggi
e pregare le pietre
che ti mandino luce;
Per questo io sono scesa
nei giardini del manicomio,
per questo di notte saltavo
i recinti vietati
e rubavo tutte le rose
e poi …
prima di morire al mio giorno
o notte, lunga notte
di solitudine assente,
o devastati giardini
dove io sola vivevo
perchè l’indomani sarei
morta ancora di orrore
ma la sera, oh, la sera
nei giardini del manicomio
a volte io facevo l’amore
con uno disperato come me
in una grotta d’orrore.
(Alda Merini)

 

Il racconto “Morsi” è stato scritto nel gennaio del 2014, ed è una storia completamente di fantasia, vagamente ispirata al ricordo di un racconto di Bukowski. Ogni riferimento a cose e persone è puramente casuale. La foto abbinata al racconto si intitola ”Strega Bambina”. La poesia citata è della grandissima Alda Merini, e si intitola ”Forse bisogna essere morsi.”

 

IL BINARIO MORTO

Binario Morto

Sono rimasto solo io. E’ il mio turno. Stende davanti a me le sue tre carte, la zingara. Intanto i miei amici, dietro, ridono divertiti. Sono loro che mi hanno messo davanti a questa pagliacciata. E io accetto il mio teatrino con tutta la serietà del caso. Dopo aver mescolato a lungo, dispone le carte sul tavolo. Il mondo. L’innamorato. La morte.
Che buffonata, penso dentro di me. Ora sentiamo le grandi ovvietà che mi legge negli occhi. Come ha fatto prima con i miei amici. Ma invece no. Non dice praticamente nulla. Mi  gela il sangue nella asciuttezza con cui mi parla. Perfino i miei amici smettono di ridere. Dice solamente: “E’ già prossimo il letto che dividerai con una donna. E stavolta sarà guerra.”Poi sta zitta, la strega. Eppure con i miei amici aveva parlato tanto. Rompo io, il silenzio, allora. Se li dovrà guadagnare meglio i suoi cinque euro, questa imbrogliona.  “In che senso, zingara, sarà una guerra?”
In silenzio ci accompagna tutti alla porta, senza rispondere alla mia domanda. Senza chiedermi nemmeno un euro. Chiudendo la porta mormora una frase latina che non mi è affatto sconosciuta.

“Ibis redibis non, morieris in bello 

Non lo guardo negli occhi, tuo marito. Ma lo avverto dall’altra parte della strada, mentre esce dall’albergo. Non commetto imprudenze. Guardo altrove, mentre mi passa accanto. Mentre, senza accorgersene, mi sfiora. C’è in me qualcosa di consapevolmente folle nella fredda lucidità con cui gestisco situazioni come queste. Mi mandi un messaggio. “Aspetta ancora un po’. Ti prego. Non mi sento tranquilla, oggi”.
Tu invece sei l’opposto di me. Ti senti di morire dentro. Lo so. Pensi che forse sia meglio non vedersi. Che stiamo osando davvero troppo. Che oggi non dovremmo proprio. Ma io ormai ti conosco. So chi sei. Non è quello che realmente ti aspetti da me. Non è questo ciò che mi chiede disperatamente la profondità del tuo ventre. Perchè sta proprio nel tremore delle tue gambe, amica mia, la miglior benzina per tutto il fuoco che possiedi subito sopra ad esse. Perchè è solo nel domare le tue paure ataviche che il tuo corpo mi sa regalare tutto il suo miele.

Si nutrono visceralmente di follia, i nostri incontri d’amore. Perchè, ogni volta che ci troviamo, le nostre dita premono sul grilletto di una roulette russa. Perchè, ogni volta che ci rincontriamo, è una corsa bendata su un campo minato. Perchè solo l’urgenza del desiderio e la sua pressante necessità sanno distoglierci dalla naturale paura di un’incombente catastrofe. E’ il nostro modo di amarci, questo: esserci perennemente sconosciuti. Dividere letti, preservativi ed estasi, invece di parenti, bollette e bucati. Solo così ci salviamo dal degrado della convivenza. Dall’abbrutimento di ogni sensata ragionevolezza. Dal decadimento delle emozioni primordiali.
Si. L’esserci così sconosciuti è il nostro unico modo di conoscerci. Di rincontrarci. Di perpetrare nel tempo il delirio di una follia duale che solo a noi due vuole appartenere. Così il nostro fare l’amore prende sempre la bruciante intensità di una prima volta. E, assieme, la forza struggente dell’ultima.

Sono sveglio dalle quattro di questa mattina, per raggiungerti. Entro. Avanzo per le scale, nell’ inesplorato hotel di questa sconosciuta città. Intanto tuo marito va al suo appuntamento. Il suo impegno di lavoro ci ha regalato alcune ore d’amore. Si. E’ vero. Scommettiamo il tutto sul nulla. Ma io te l’ho sempre detto, bambina mia. Ascoltami. E’ la paura che uccide, e non il pericolo. Vanno solo affrontati come forti discese in bicicletta, i nostri incontri. Senza indugi. Senza timori. Con l’efficace delirio dell’incoscienza. Con tutta la sana irresponsabilità che possiamo contenere in gola. Perchè se ascolti la paura, a cento chilometri all’ora, e freni all’improvviso, finisci per consumare sull’asfalto la carne e poi le ossa. Perchè se il volo sul precipizio non lo fai con tutta la rincorsa che hai nelle gambe, se non salti con tutto lo slancio temerario e spericolato che possiedi, se ti avvicini pavidamente e guardi in basso prima di staccare, ti attende inesorabilmente il fondo del baratro.
Si. La miglior risposta al vero pericolo non sta mai nella prudenza. Nella ragione. Passa piuttosto attraverso l’istinto, attraverso l’adrenalina. Attraverso l’audacia. Eppure tu, questa ovvietà, non la imparerai mai.

Non c’è la reception, alle sette di mattina. Batto un codice e si apre la porta su un corridoio. Mi sistemo su un divano. Guardo assurdi quadri sull’assurda tappezzeria di questo albergo. E mentre ti aspetto, faccio i conti con me stesso.
E’ sicuramente un violento, tuo marito. Un uomo visceralmente geloso. Un Possessivo. Ma assolutamente non è uno stupido. Trova di certo riflesso nei tuoi occhi, tutto il bene che faccio al tuo corpo. Capisce, ma non vede. Annusa, ma non tocca. Sospetta, ma non ha prove per uscire allo scoperto. Coltiva silenziosa e sanguigna rabbia, nell’attesa del giorno della resa dei conti. Tutti e due lo sappiamo. Tutti e due abbiamo deciso di non parlarne.

Passa almeno un quarto d’ora di totale silenzio prima che tu mi dia, a modo tuo, il via libera. Apri la porta e sei chinata, mentre la testa sbuca, come quella di una tartaruga dal guscio. Sorrido, sospettando il perchè di questa tua buffa posizione: mi stai già aspettando senza mutande. Adoro queste piccole cose, amica mia. Sono questi piccoli dettagli che nella mia mente ti rendono veramente unica. Ti guardi in giro. Poi mi chiami dentro. Ti bacio e ti mordo, mentre sei ancora in piedi. Circospetta. Spaventata, e al tempo stesso magnificamente eccitata.

E’ fatto di penombra il nostro universo, peccaminoso eppure così sacro. Segreto, eppure così sterminato. Fragile, eppure così totalizzante. Non saprebbe la luce disegnare così bene le tue forme.  Non saprebbe la normalità regalarti tanta adrenalina. Ti accarezzo tra le natiche, mentre ti bacio. Scavo in mezze ad esse, con le dita. E’ il mio modo di salutarti. Brutale e sanguigno. E poi proseguo nell’invasione con la mia mano, per saggiare quanta voglia hai di me. Molta, ti dico mentre gemi. Si, davvero molta.

Guardo il letto, mentre ti ci conduco dolcemente. Le lenzuola sfatte, dove da tre giorni dormi con tuo marito. E mi sento per un attimo un ladro. L’Attila invasore che al suo passaggio distrugge un mondo non suo. Un profanatore di templi. Ma tu sconfini dentro di me. Nella tua assenza invadi ogni ora la mia ragione e la mia fantasia. Nella tua presenza invece cresci a dismisura nella mia follia, fino anche a disgregare le verità delle mie regole pregresse. I capisaldi universali faticosamente conquistati negli anni, che nell’irragionevolezza dell’ombra, cercano la verità del sole. Tu sei per me l’attimo che vuol improvvisarsi in eternità. Tu sei l’alba dentro il mio imbrunire. Il principio e mai la fine di ogni mia contraddizione.Ti disponi in attesa, sul tuo altare sacrificale fatto di cuscini e di lenzuola . Non mi guardi, mentre mi spoglio. Mi dai le schiena, mentre ti muovi come al rallentatore. E’ una danza tribale d’amore quella che esegui immobile. E’ un rito magico con cui sai stregare ogni volta la mia anima.

Corrono quasi immobili sul tuo seno. Pattinano sul tuo ventre. Poi ti prendono di peso. Ti trascinano. Le mie mani sanno bene quanto ami essere spostata e disposta sul letto. Lo fanno con la leggerezza con cui si sposta una bambola. Ti afferranno per le braccia, mentre su di esse alterno teneri baci, e strazianti morsi. Ti accarezzano il viso, mentre ci guardiamo negli occhi. C’è tutta l’irresponsabilità che amo in te, in quel sorriso.  Aprono un varco tra le tue gambe. Scivolano come verità assolute nei tuoi orefizi infuocati. Ti tengono bloccati i polsi sopra alla testa, mentre irrompo dentro di te con tutta la fame che ho di te. Ti seguono, nel tuo ondeggiare. Ti controllano. Ti marcano stretto. Ti amano. Ti fanno mia. Assieme al mio corpo. Assieme alla mia anima.

Bacio con dolcezza la schiena, mordicchio le tue natiche. Mi gusto tutto il profumo che il tuo corpo ha acquisito nel più intimo contatto col mio. Ma tu sei altrove, con le mente. Guardi il cellulare, di tanto in tanto, sul comodino. Mi fermo. Ti chiedo se aspetti una telefonata. Tu sorridi incerta e mi dici di no. Rimani in silenzio per un attimo. Poi aggiungi con sguardo colpevole che prima avevi paura, e per sicurezza avevi mandato un messaggio a tuo marito, per sapere se era arrivato alla riunione. Mi dici che ancora non ti ha risposto. Mi vedi sobbalzare dal letto. Non vanno chieste mai certe conferme, amica mia, perchè insospettiscono più di una confessione. E’ meglio che vada. Ho un brutto presentimento. Svelta. Aiutami a radunare le mie cose. Ci resta poco tempo. Ma forse ce la possiamo ancora fare. Forse non è ancora troppo tardi. Forse la mia è solo una stupida paranoia.

E invece no. Il mio istinto sente bene, questa volta. Due spari subito distruggono la maniglia della porta. Lui è stato dietro tutto il tempo. Ad ascoltare. A capire. A riempirsi di lucido odio, come una spugna nell’acqua.
Ha atteso il momento per mesi. Non aspettava altro che una prova, tuo marito, per vedere con gli occhi ciò che già sentiva nel sangue. E tu, senza volere, con quel messaggio gliel’hai data su un piatto d’argento.
E’ guerra nei suoi occhi. Aveva ragione, la megera. E’ guerra. Dentro di me, lo sentivo che oggi qualcosa sarebbe davvero cambiato. Ma un uomo deve scegliere la sua guerra giusta. Per essa deve essere pronto anche ad immolarsi, da buon soldato. Non si diserta mai, una battaglia come la tua. Si onora fino in fondo, anche quando può costarci tutto.

Ha le tempie piene di vene gonfie e pulsanti. E’ rosso come i pensieri che gli scorrono dentro. Il suo respiro è tanto accelerato da sfiorare l’ansimo, mentre ci insulta ed inveisce contro di te. Non potremo combattere la sua disperazione, amica mia. La furia animale con cui ci sta urlando il suo odio al mondo. E’ il nostro vicolo cieco, questo. Un binario morto a cui le nostre rotaie si devono adeguare.
Ti guardo, mentre lui, ora silenzioso, ci punta addosso la pistola. Difendi il corpo istintivamente con il lenzuolo. La tua bocca trema, i tuoi occhi piangono. Il tuo naso cola, quasi volesse piangere con loro. Buffo. Non avevo mai visto colarti il naso. Ti prendo la mano. So per istinto che non ci resta molto. E so quanto tu ora hai bisogno di me. E’ gelata. Ti scaldo con la mia. E penso quanto dannatamente io non riesca a provare paura nemmeno in una situazione come questa. E’ davvero una maledizione. Intanto tuo marito con solenne rabbia  sta pronunciando, sconnessamente, la nostra sentenza di morte.

Passa un’eternità, tra il rumore degli spari e l’istante in cui arrivano nei nostri corpi. Tutto il tempo necessario per rivivere in mille fotografie quello che c’è stato tra noi, in questi mesi. Tutto il tempo necessario per capire che li vali tutti i proiettili che mi sfonderanno il cuore. Tutto il tempo necessario a trasformare la stretta delle nostre mani  nel nostro più grande, disperato ed ultimo, gesto di complicità.
Non so dove andremo, bambina mia. E non mi spaventa ignorarlo. Perchè ovunque possa essere questo luogo, ne sono certo, là saprò trovarti di nuovo.
Aspettami.

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Il racconto di fantasia, ispirato ad una storia vera, è stato scritto nell’ottobre del 2010. La foto dal titolo “Binario morto” è stata scattata nel dicembre del 2007 e rielaborata in questi giorni.
La frase in latino è la celebre espressione ambigua, che le sibille usavano per predire ai soldati romani la loro sopravvivenza in guerra.
Al tempo stesso, spostando un po’ la virgola, può essere tradotta come “andrai, morirai in guerra, non tornerai a casa” e “andrai, non morirai in guerra, tornerai a casa.”

FANTASMI

<..> Boccate di un nero dolce sangue, ombre. Qualcos’altro mi tira su nell’aria cosce, capelli; Bianca godiva, mi spoglio – morte mani, morte stringenze. E adesso io spumeggio al grano, scintillio di mari. E io sono la freccia, rugiada che vola suicida dentro il rosso occhio, cratere del mattino. (Silvia Plath.)

lama

Ti osservano con severità fin quando sei entrata in questa casa i miei avi. Domandano con occhi seriosi chi sei, perchè siamo qui, cosa faremo noi stanotte in questa casa abbandonata. E tu, ben sapendo la risposta,  guardi altrove imbarazzata. La loro presenza nei quadri alla parete incombe su di noi. Mi fai presente che questa casa ti sembra popolata da fantasmi. Ti rispondo che effettivamente lo è, e di non preoccupartene. Ho già parlato con loro di te e non ti faranno nulla, se farai la brava. Ma vieni con me, ora te li voglio presentare. Scorrono tra le tue mani le loro vite. Guerre. Matrimoni. Povertà. Emigrazione e ritorno. Pure un suicidio per un amore finito male. Si intrecciano di nuovo le storie vissute tra queste pareti, dimenticate da decenni rivivono ora integre nelle foto ingiallite di un vecchio cassetto. Ascolti con grande interesse soprattutto il mio racconto della triste fine di una donna, morta in giovane età. La senti da subito profondamente vicina a te. Quasi la invidi nella pace che ora sprigiona la sua immagine.

Fuori cala la luce. E si avvicina l’ora del nostro morboso rito. Vai a sistemarti. Io preparo la camera per la notte, poi ti aspetterò qui, in “Sala”.

Guardo fuori dalla finestra, prima di chiudere le ante, come a voler chiudere il resto del mondo fuori da queste mura. Preparo la nostra camera con la stessa dedizione con cui tu nel frattempo stai preparando te stessa per il  nostro precipizio. Nessuno sa del patto. Nessuno sospetta della follia senza fine che ci lega. Di quella tua incosciente curiosità attorcigliata alla mia. Perchè per persone come noi, il più autentico dei piaceri può prendere vita solo nella deriva. Nell’abbandono incondizionato alla nostra natura ultima. Nell’estatico viaggio verso la parte più oscura ed intima della nostra esistenza. Dimenticati chi sei stata finora, mia sconosciuta, e ascolta le mie parole. Scopri con me la dolorosa necessità di ciò che portiamo dentro.

Esci dal bagno indossando solo una lunga camicia da notte bianca, simile alla tunica sacra di una vestale. Ti vengo incontro, sulla soglia della porta, ti accarezzo dolcemente prima i fianchi, poi il seno. Tu rimani in silenzio impassibile, senza guardarmi. E’ il tuo modo per dirmi che sei pronta. Che non hai paura di ciò che ti farò. Non indossi  mutande, e a questa scoperta un fremito di eccitazione mi invade nel profondo. Eppure i patti sono estremamente chiari. Non ci dovrà essere sesso tra noi stanotte, e  io intendo mantenere l’impegno preso. Ti mostro la benda che ti ho fatto preparare dalla sarta, con un giro di pizzo nero. La guardi compiaciuta, è fatta su misura per te. Ti copro gli occhi, e tu rimani impassibile, come se dentro di te avvertissi già tutto ciò che ti sto per infliggere. Come se le nostre menti stessero maturando una sorta di oscura telepatia, in questo buio che è calato sui tuoi occhi. Ti accarezzo con fermezza le spalle e ti guido verso la vecchia ottomana in ferro battuto. Mentre ti spoglio, lentamente, sento vibrare nelle mie vene i tuoi pensieri più inenarrabili.

Ha sbarre invisibili la tua gabbia. Robuste aste fatte di ricordi ostili, di desideri irrisolti, di parole che muoiono in gola nell’incapacità di uscire dalla tua bocca. E’ come se la felicità ogni ora ti fosse negata. Come se la paura di vivere e di essere amata ti paralizzasse. Come se ti fosse precluso ciò che per tutti gli altri sembra così naturale. Odi questo mondo. Questa tua esistenza ti è estranea fino al punto di voler morire. Mi hai chiamato a te perchè desideri fare esperienze,  scolpite da sempre nella tua fantasia. Ma soprattutto perchè vuoi allontanarti da te stessa. Da quell’ eccesso di perfezione che ha il sapore amaro di una catena. Da quel fondo di dolore che sempre ti accompagna. Perchè vuoi che in te cambi qualcosa, nel profondo. E io abbatterò questo muro invisibile che ti rende prigioniera. Passerò oltre di te, fino alla tua più intima esistenza. Rigida carceriera di te stessa, ora allenta la tua guardia. Fammi entrare negli antri più segreti della tua oscura prigione. Lascia che io sia per te come l’unghia di un segreto graffio. Perchè questo è l’unico modo che conosco per farti evadere dalla tua gabbia. Se vuoi uscire, devi lasciarmi entrare dentro di te. Tanto in profondità da farti toccare il fondo.

Ti faccio accomodare su un morbido cuscino. Ti rassicura il buio, in cui sei ora accudita. Ti protegge dalla ben più dolente realtà. E’ un ponte diretto tra le nostre anime, questo gioco perverso e sconsiderato. Tu dovrai rimanere solo immobile, come una piccola bambola di porcellana. Lascia che il mio desiderio di distruzione si fonda col tuo.Come una corda che lega le nostre anime in un legame strettissimo, fino a stritolare le nostre esistenze. Stenditi. Lasciati accarezzare. Lasciati toccare ovunque, senza alcun riguardo. Ti percorro come una strada impazzita. Frugo la tua nudità, invadendo con le mie dita la pelle che sta sotto la camicia. Tu trattieni il respiro, concentrata su te stessa e non su ciò che ti sto facendo.

Sono “sconosciuto”, e tale intendo rimanere. Ma tu non mi hai mai avvertito come tale. Fin dal nostro primo incontro, fin dalla nostra prima lettera, è come se io sapessi tutto di te, e tu di me. E’ come se le nostre anime mutilate fin da subito si siano unite per creare una più forte creatura. Ti aggiusto la testa. Ti accarezzo i capelli. Sfioro il viso con tutta la delicatezza che possiedo. E poi all’improvviso rompo il silenzio con un forte schiaffo sulla guancia. Rimani immobile, sprezzante del dolore. Con il viso proteso in avanti, in attesa. Mi avvicino per baciarti. E allora tu indietreggi. Non vuoi essere baciata, me l’hai detto. La mia mano colpisce con fermezza di nuovo il tuo viso. Lascio impronte rosa sulla tua pelle bianca. Stringo con autorità le punte dei tuoi seni, fino a farti sussultare. Posso farti tutto ciò che voglio, stanotte.  La mia anima si gonfia di spiriti oscuri a questo pensiero.

Vivi fuori della vita. Insensibile all’amore, come al dolore. Nell’eterna spinta ad uscire da te stessa, rimani incompleta e allo stesso tempo distante. Ora a cercare protezione in un abbraccio. Ora a scalciare quando avverti il sentimento di qualcuno che ti incalza. Mi hai scelto per la mia follia, per la mia capacità di mantenermi distante. Mi hai scelto per la sconsideratezza impunita con cui mi muovo abitualmente nei gesti più scellerati. Come se io fossi un vero Serial Killer, che finisce per uccidere la donna che desidera, nella totale incapacità di amarla.

Il gelo di due sottili catene circonda lentamente i tuoi polsi, uno alla volta. Questa improvvisa sensazione di freddo ti eccita nel profondo. Senti rumore di ferro che si muove sul ferro,  e uno dopo l’altro due piccoli clic-clac. Con due lucchetti ti ho fissato le braccia alle sbarre dell’ottomana. Provi a muovere le tue braccia, per capire se sto facendo sul serio. Le catene non ti concedono quasi movimenti. Tengo ora le chiavi, dei lucchetti e della tua vita, nella stessa tasca dei  pantaloni. Posso farti ciò che voglio. Nella costrizione a cui ti sottopongo, io divento libertà da te stessa. Fidati di me come mai hai voluto fidarti di qualcuno. Aprimi le porte della tua esistenza, e lascia che scivoli dentro di te.

Lego tra di loro le tue caviglie. Poi spalanco le tue cosce, divaricando le tue ginocchia, e legandole agli estremi dell’ottomana. Non puoi muoverti, nell’indecente posa in cui ti ho disposto. Guardo compiaciuto il tuo sesso, che spudoratamente mi trovo davanti aperto e nudo. Lo adoro, nella sua meravigliosa sproporzione al tuo esile corpo. Ci cammino intorno, con le mie mani. Per sfidare il tuo pudore. Mentre lo accarezzo il tuo corpo si ribella ed indietreggia, ma le tue mani nulla possono. Il bacino si divincola, ma sei bloccata ovunque. Le gambe restano aperte, e non puoi che subire il mio gioco perverso. Io accarezzo e tu ritrai. Non dici una sola parola, nell’umido combattimento della tua vergogna. Sto facendo tutto io. Sto facendo esattamente quello che vuoi tu.

Ti ha portato qui una forte attrazione malsana verso qualcosa che sta dentro  di te. Non ti inquieta più di tanto l’idea di essere torturata. Non è il dolore fisico che temi, ma il confronto con te stessa. Ti fai paura, nei tuoi desideri osceni che prepotentemente traboccano anche nei tuoi sogni. Sei tu che hai voluto essere qui. Sei tu stessa ad aver messo un coltello nelle mie mani. E ora i nostri differenti modi di essere sbagliati si intrecciano in una sola più compiuta verità. Noi siamo due voci stonate e stridule, che unite in coro sanno diventare melodia. Noi affianchiamo sconnessamente le nostre maledizioni, mescoliamo la distruzione che da sempre portiamo nel fondo dell’anima. Noi siamo incontro di lati oscuri, esplorazione dei nostri abissi più sommersi. Io sono il tuo assassino, sottraggo solo alla solitudine la voce assordante della tua distruzione, fino a renderla la mia stessa voce.

Porto il nostro rituale su un improprio altare di legno. Ti lego con lunghe corde. Ti immobilizzo completamente. Poi, con religiosa dedizione scrivo ovunque sul tuo corpo parole di rosso sangue. Sfriorandoti con la lama di un rasoio, traccio piccoli segni rossi sul tuo corpo, come fossero pennellate. E poi, senza la minima esitazione, ti frusto, con tutta la spietatezza che avresti tu nei tuoi confronti. E’ più forte di me, non riesco a non eccitarmi, in questo rito assassino. E tu immobile a respirare tutto il silenzio. A trovare la tua nuova forma, attraverso lo scalpello del dolore. Gioca con me, folle bambina, fino a quando la ragione non scalcerà così forte i nostri giochi, che noi dovremo scappare. Lascia che le nostre menti si leghino l’una all’altra, nel nostro precipitare, fino a quando non toccheremo il fondo dei nostri deliri. Fino a quando, le nostre vite ora unite nella follia, saranno strappate crudelmente dalla ragione.

Ti pulisco. Ti disinfetto. Mi prendo cura di te, con premura. E infine ti slego. Rimaniamo quasi in silenzio. E non sapremmo forse nemmeno cosa dire. Mi accerto che tu stia bene. E poi ti accompagno in camera con me, per la notte. Ci stendiamo uno di fianco all’altro. Spengo la luce, e ci auguriamo la buona notte, come se nulla fosse successo. Non so cosa pensi tu, ma io non ho alcun secondo fine, sopra queste lenzuola. E ho dentro di me ho la coscienza dell’impegno che ho preso con te. Ma le mie mani non seguono la mia ragione. Vanno per conto loro. Ti accarezzano. Ti toccano nel buio. Ti tornano a spogliare. Senti il mio corpo che struscia contro il tuo. E tu mi lasci fare tutto. Come possono i corpi non unirsi, mia sconosciuta, quando le anime tra di loro sono un’unica cosa? Fermami tu, perchè io non riesco a fermarmi. Ti bacio. E senza che ci diciamo una sola parola, entro dentro di te. E dentro di te mi consumo. Lentamente. Dolcemente. Fino ad una eterna piccola morte, che mi si libera della schiena e dirompe come un fulmine nella mia esistenza. Non mi dici una sola parola. Ma ti stringi a me.  Nessuna donna mi ha mai abbracciato così forte. Mi stritoli. Mi avvolgi. Rimani stretta a me per ore, fino a quando non ci addormentiamo.

Nella lunga notte di questa follia la casa si riempie di luci ed ombre che si muovono. Di voci che camminano nelle pareti. Di passi sussurati al pavimento. Di scricchiolii nei cassetti. Sono i miei avi, che disapprovano per ciò che abbiamo fatto e ci maledicono. Sono le voci della ragione, che ci incalza e ci domanda il perchè delle nostre azioni. Ma tu non ascoltare questi rumori, mia sconosciuta.  Rimani abbracciata a me tutta la notte. Ti proteggerò dai fantasmi che popolano questa casa. Rimani stretta a me per sempre, forte come ora. Perchè allora scaccerò perfino i fantasmi, ben più crudeli, che si annidano nelle tue paure. Ti proteggerò da te stessa. Dal desiderio mai domato di distruggerti. Dalla tua invisibilità al mondo. Dai tuoi pensieri più indomabili, rivolti contro di te come coltelli.

Non mi muovo. Non ti muovi. Rimaniamo nel buio abbracciati per ore. Alla luce dell’alba scompaiono i fantasmi. Ti alzi, e percorri la casa, nell’eco dei tuoi passi, alla ricerca del bagno. Ti ascolto in dormiveglia, mentre rientri in camera. Monti sul letto, ti metti alle mie spalle e, come se io fossi il tuo diario, scrivi compiaciuta con le dita sulla mia schiena due parole che da tempo avevi dimenticato.

“Sto bene”.

Poi ti attacchi al mio braccio sinistro. E io silenziosamente mi domando se sia più profondo il solco di una lama, o quello delle tue parole sulla mia pelle.
(agosto 2013, Il Ramo Rubato)

Anima e Corpo

Anima e corpo

Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
E i nostri amori
Me lo ricorderò per sempre
La gioia veniva sempre dopo il dolore
Giunga la notte, arrivi l’ora
I giorni se ne vanno, io rimango
L’amore se ne va come quest’acqua corrente
L’amore se ne va.
Quanto è lunga la vita
E quanto è violenta la Speranza
Giunga la notte, arrivi l’ora
I giorni se ne vanno, io rimango
Passano i giorni e passano le settimane
Il tempo vissuto e gli amori non ritornano
Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna
Giunga la notte, arrivi l’ora
I giorni se ne vanno, io rimango.

I più amati versi di Apollinaire riaffiorano nella mia mente. E il mio cuore si gonfia di nostalgia come una vela in mare aperto. Guardo l’orologio, manca ancora mezz’ora. Mi sdraio sulla sabbia, senza fretta, e intanto guardo verso il cielo.

Non dovrei mai passare davanti a questa spiaggia. Eppure ogni anno, qui, in un modo o nell’altro, ci sono sempre tornato. Alcuni luoghi possiedono vita, perduta amica mia. Sanno impregnarsi di tanto amore e tanta vita, da evocare più dei ricordi stessi. Alcuni  luoghi sanno richiamarci a loro, come un desiderio spezzato cui non sappiamo mai dare fine. Anche se già mille volte la vita ci ha dato il suo verdetto. Anche se il nostro futuro è ormai quello del sole che ho ora davanti. Rinchiuso tra il mare e l’ultimo cielo, dipinto di un rosso sfocato, affonda lentamente nella nostalgia di un giorno perduto.
Penso alle promesse d’amore ingenue e folli che si ci siamo fatti dieci anni fa, su questa stessa spiaggia. Avevamo scoperto il segreto dell’amore, io e te. Solo io e te. Non lo volevamo dividere con nessuno. E nessuno lo avrebbe potuto capire. Lo abbiamo divorato con quella voracità a cui non può che seguire indigestione. Ero il tuo primo uomo. Eri la mia prima donna.  Ascolto il rumore del mare. La spiaggia si svuota dagli ultimi avventori. Il vento mi accarezza l’anima. Davanti ai miei occhi chiusi, fantasmi del nostro amore riprendono vita per magia.

CORPO ED ANIMA, bambina mia. Di te io voglio tutto. E di meno, non posso più accontentarmi. E’ un lento combattimento di sensi, questo scambio di carezze. Ti piace farti esplorare. Ti piace farti scoprire. Tu sei cibo per la fame del mio corpo. Tu sei ristoro per la sete della mia anima. Ascolta l’eco dei miei desideri. Confondi i tuoi desideri coi miei, così che essi, uniti tra loro, brucino più vivi della stessa fiamma. Respirami. Desiderami. Divorami. Chiamami dentro di te. Voglio uscire dal mio corpo, e volare nel cielo. Voglio uscire dal mio corpo, per varcare la tua anima. La spiaggia è deserta, stasera. Noi la popoliamo dei nostri più vivi desideri. Apri e chiudi porte al mio sfiorarti. Tracci la rotta delle mie carezze. Metto le mani sui tuoi seni, e tu giochi con loro, ora rifiutandole, ora cercandole con malcelata avidità. Coi miei baci seguo un percorso via via più oscuro e proibito. Il tuo respiro si confonde col mio, mentre le mie dita accarezzano lentamente il fiorire inquieto della tua umidità. Tremi devastata dalle emozioni, mentre cerchi con mani sfuggenti il mio piacere. Mi dici, con un filo di voce, che non resisti più. Che stasera vuoi andare fino in fondo. Ti fai giurare che sarò tuo per sempre. Ma io non ti rispondo, perché certe promesse sono più grandi di noi.  
Il tuo corpo è incendio vivo, e cerca in me la sua prima acqua. Ancoro al tuo corpo i miei più avidi baci. I miei desideri scorrono dissennati su di te, come un fiume impazzito. Chiudi lenti i tuoi occhi, amore mio, e apri a me il tuo cuore. In esso saprò essere assieme carezza e terremoto. Mentre galoppa la notte sopra di noi, il mare confonde i tuoi gemiti col rumore delle sue onde.

E’ arrivata la nostra ora, amica mia. Il sole è tramontato completamente e ora si fa buio. Prendo la macchina e mi dirigo verso casa tua. Ti sei fatta viva dopo cinque lunghi anni. Rivederti così, dopo tanto tempo, è stato un pugno nello stomaco. Rivederti è stato rinascere per poi, subito dopo, morire. La tua richiesta mi ha spezzato le gambe. Non sai quanto, negli anni, mi ha consumato il ricordo straziato dalla tua assenza. Hai oppresso la mia coscienza come una condanna da espiare. Potevamo essere tutto io e te. Avevamo la felicità in tasca e ci è sfuggita come un palloncino nel cielo. La vita va per la sua strada. Non ha bisogno dei nostri sogni, per trovare la sua rotta. Eri al cinema estivo con lui, l’ultima volta che ti avevo vista, e quasi non mi hai rivolto la parola. Stringo i pugni di rabbia, come se mi stessero iniettando aria nelle vene. Poi le mani si distendono. Non sai quanto mi hai ferito. O peggio, forse l’hai saputo perfettamente.

CORPO SENZ’ANIMA, hai conquistato il tuo nuovo gioco d’amore. Lo guardi ammirata. Lo guardi estasiata. Credi che in lui troverai tutte le risposte alle tue domande. Quelle che io, dopo tanto tempo, non riesco più darti. Quanto mi fa male far finta di niente. L’amore è infinitamente egoista. Il tuo sorriso di circostanza è ormai per me solo un guanto di sfida. E io non lo raccolgo. Saprò stringere i denti. Il gioco dell’amore ha le sue regole, amica mia, e non ammette rimpianti, né rimorsi. Ogni amante perduta va dimenticata al più presto. Per quanto faccia male. Per quanto ogni amante tradito tenga sempre mille verità in tasca, non te ne rinfaccerò nemmeno una. Non credere. Ti dimenticherò in una settimana. Annullerò cinque anni di vita in pochi istanti e da me scomparirai, assieme al mio dolore. E aspetterò il giorno in cui verrai a cercarmi, per provare il gusto di dirti no. Quel giorno con mille silenzi, con la tua stessa indifferenza, ti renderò lo stesso dolore di cui hai riempito il mio cuore.

Guardo il mio cellulare. Il tuo numero l’ho cancellato quella sera stessa. Il tuo numero non sono mai riuscito a dimenticarlo. Le mie dita, tremanti, ancora lo battono da solo. Mi dici che stai arrivando. Ancora un paio di minuti e quello che ho, mio malgrado, sognato per tanti anni prenderà vita. La tua macchina arriva al parcheggio. Ti ha accompagnato tua sorella. Ha un’espressione a mezza via tra il genitore preoccupato e il compiaciuto complice. Quasi che fosse lei ad aver ideato e suggerito questa follia. Mi si apre il cuore a vederti. Sei davvero grande, bambina mia, come chi non china la testa al suo destino. Sorrido ammirato di te, mentre tua sorella ti aiuta a scendere dalla macchina. Le gambe più non ti reggono, ma il cuore batte forte come la nostra prima sera. Ti sorrido. Sei ridotta ad uno scheletro, ma i tuoi occhi brillano ancora come quel giorno.

ANIMA SENZA PIU’ CORPO. Condannata dal più orrendo dei mali, alla lenta morte dei tuoi muscoli. Lo stesso destino non seguirà il tuo cuore. Vaga con me, su questa spiaggia, alla ricerca di un paradiso mai dimenticato. In te il fiume di quella sera rivivrà, come mille nostri ricordi perduti. Donami ancora follia, laddove siamo diventati solo sterile ragione. Pulsa con me di quello che più senti vivo dentro di te. Grida silenziosamente. Soffri. Desiderami. Guardo nei tuoi occhi e mi riempiono ancora di desiderio. Come allora. Come uno spirito perduto, che vaga su questa spiaggia da tanti anni, il desiderio mi richiama a te. Riprende vita nei primi baci che ci scambiamo. Sta affondando le sue radici nel mio corpo fino a farmi male.  Le ruote della carrozzina hanno sfidato nel buio la sabbia, ma presto in essa sono affondate. Ti porto tra le mie braccia. Avvinghiata a me sei leggera come una piuma, che al primo vento se ne volerà via. Ti prendo garbatamente in giro. Non sei cambiata affatto. Mi sorridi. Dolcemente. E mi sento felice come quella sera. Io ti amo senza problemi, e senza più nessun orgoglio. Anche se mai più te lo saprò dire. Mentre le stelle si accendono ad una ad una, sulla nostra spiaggia deserta, la voce misteriosa dell’amore ci chiama per l’ultima volta a noi. Ti appoggio sopra un telo e mentre ti parlo, scherzando e ridendo, ritrovo in me l’ombra di una promessa taciuta dieci anni fa. Guardo le onde del mare. Ora mi sembrano delicate carezze del vento sull’acqua.
Ora silenziose lacrime sulla guancia della terra.

LA VOCE

… ti amo come si amano certe cose oscure. Segretamente. Dentro l’ombra e l’anima.
Ti amo come la pianta che non fiorisce e racchiude in sè la luce di quei fiori…
(Pablo Neruda)

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20 ottobre

Una strana inquietudine ti riempie la gola mentre prendi in mano il telefono. Come un presentimento. Come un respiro strozzato. Come un formicolio sulla pelle.  Fai il numero di tua madre: ti devi accordare per il pranzo. E invece ti rispondo io. Ti scusi. Probabilmente avrai sbagliato numero. Eppure, mentre stai parlando, leggi bene sul quadrante “mamma”. Ti colpisce la mia voce. Lo percepisco a pelle. Ti intimoriscono e assieme ti attraggono le frequenze pacate di cui so vestirla. Ti soffermi in spiegazioni non necessarie, quasi a prolungare questo fortuito incontro telefonico. Ed io, distaccato e compiaciuto, assecondo questo tuo tacito desiderio.

Io sono la voce che soggioga. Rete dell’anima. Prigione della ragione. Ragnatela invisibile di sentimenti dannati. Io sono la voce della tua oscura attrazione per il baratro. Io sono la porta verso un mondo inesplorato.

Torni a telefonare a tua madre,  ma rispondo sempre io. Ridi e ti scusi. Rinunci a telefonare a tua madre, avrai fatto forse qualche pasticcio con la rubrica. Ma poi, quando mezz’ora dopo provi a telefonare ad Elisa, per sentire di suo fratello, ti risponde sempre la mia voce. Ci scherziamo su. Mi dici che forse è un problema della scheda del cellulare, che ti manda solo sul mio numero. Io ti dico che è piuttosto un evidente segno del destino. Non ci siamo mai parlati, certo, eppure, da ignoti, giù lo facciamo come se ci frequentassimo da sempre.

Io sono la voce della tua imprudente incoscienza, amica mia.  L’eco di un abisso che altro abisso a sè invoca. Il vorticoso richiamo di una porta proibita, di cui presto ti donerò le chiavi. Io sono il tuo silenzio che si fa viva voce. Io sono la voce del “nulla” che presto diventerà ”assoluto”. 

Ti intrattieni mezz’ora, questa volta. Può sembrar strano, ma è sempre più facile parlare con uno sconosciuto, che con il nostro vicino di casa. Quando inizi a fare domande su di me, mi maschero elegantemente di mistero. Perchè anche le cose più innocenti sanno acquistare fascino, nella penombra, amica mia. Del mio labirinto tu mi chiedi il filo, ma io non sono Arianna. Io sono il Minotauro…

5 novembre

Il nostro strano incontro si ripete con crescente frequenza. E’ diventato il piacere di un’insolita relazione. Hai comprato un altro telefono, ed una nuova scheda telefonica. E il tuo vecchio telefono “guasto” ora lo usi solo per me.  Ogni volta, stranamente, parliamo per ore ed ore, senza che ti venga addebitato nemmeno uno scatto.

Entro nel tuo cuore. Giorno dopo giorno. Afferro le tue inquietudini. Racconto la tua anima come nemmeno tu sapevi vederla. Divento l’appuntamento segreto a cui non riesci a rinunciare. Divento soprattutto l’essenza rivelatrice di ogni tuo desiderio. Anche del più torbido. Lo specchio di una tua multiforme anima segreta. Ti svelo la tua infanzia più remota. Ti spiego tutto quello che del tuo passato, fino ad oggi, non ti era stato chiaro. Divento la tua intimità svelata. Il segreto stesso della conoscenza di te.

Io sono la misteriosa voce di tutto ciò che ti appartiene, e al tempo stesso ti sfugge.  Sono il tuo chiodo fisso. Il primo pensiero al mattino. La tua buonanotte alla sera. Il condimento dei tuoi pasti. L’incedere musicale dei tuoi passi. La viva ebbrezza del tuo respiro notturno.

Più volte hai chiesto la mia identità. Il mio nome. Ed io, puntualmente, ti ho sempre risposto ”Nessuno”. Ma poi ti stupisco raccontandoti qualcosa di te che non sai. Ti incanto e tu accetti il gioco del mio mistero. Come se fossi un’entità divina da accettare, e da non capire. Ma non sono affatto un veggente, amica mia. E neppure un mago. Semplimente raccolgo le tue parole nelle mie e ne completo l’essenza.

Io sono solo la voce della tua anima che si sta sciogliendo nella mia.

7 novembre

Mi chiami mentre sei immersa nella vasca da bagno. Assaporo all’istante il calore di quell’acqua. Sento fremere in essa il desiderio morboso del tuo corpo. Non mi dilungo in saluti e in formalità. Darò semplicemente alla tua anima, quello che mi sta chiedendo. Quello che nel fondo del cuore sommamente desidera. “Ascolta le mie parole, amica mia. Metti il telefono in viva voce e prestami le tue mani. Voglio fare di esse un delicato e magico strumento di piacere. Solamente spegni la luce. Poi lasciati trasportare dalle mie parole ciecamente…

Io sono la voce dei tuoi sensi dilatati. L’illusione del buio. L’infinita poesia di un gioco  fatto per amore. Io sono l’ebbrezza del piacere che ubriaca di sè i sensi. Io sono la suadente carezza delle mani sopra al tuo fuoco.  

Sfiori delicatamente il tuo corpo sotto l’acqua calda, accompagnata dal mio ipnotico parlare. Strofini con riscoperto vigore in mezzo alle tue cosce. Nella penombra dominata dalla mia voce ti pare che l’acqua si stia muovendo in modo strano e delicato. Come se ti stesse cullando dentro di sè. Diventi feto nel ventre caldo del mio suadente parlare. Ti pervade, incredibile, l’impressione di molte mani e molte bocche sul tuo corpo. La mia anima penetra la tua anima, e ti pare che il mio corpo stia facendo altrettanto con il tuo. Ma non è solo un’ impressione. Tu mi percepisci davvero dentro di te. Vivi un piacere viscerale e nuovo che si attacca alla tua carne, e ne muove le gesta impazzite.

Io sono la voce della passione che trascina i sensi. Il canto divino di un’unione mai consumata. Io sono l’estasi che cresce e piano piano ti porta a spasmodiche urla. Io sono il gemito strozzato di un piacere mai provato. Io sono il vulcano della tua mente trascinato fino alla sua esplosione.

Resti zitta, singhiozzando. Poi mi chiedi chi sono. O cosa sono. Come ho potuto fare quella magia. Dentro di te c’era un uomo. Non erano le tue mani. Era un uomo VERO quello che ti ha fatto traboccare di piacere. Era come sei io fossi nella vasca con te. Devi sapere chi sono. Mi vorrai. Anche se io fossi il diavolo. Tu sei mia. Fino all’anima. Ti stai consumando d’amore per ciò che non vedi. Io non ti rispondo. Rimango in assoluto silenzio e ti ascolto. Tu non puoi sapere quanto per me, questo amore, ormai sia tutto ciò che possiedo.

15 novembre

Molte altre volte ho rapito il tuo corpo, portandolo in quello stato di trance assoluto. Molte altre volte ho mostrato ai tuoi sensi la loro irruenta natura, facendola sfociare in un piacere così pieno da risultare quasi doloroso. Oggi invece sono richiamato ad un compito ben più ingrato: all’infame destino di un addio.
Per la prima volta da quando ci sentiamo, ti chiamo io. Ti sorprende, non sai per quale motivo, ma non te lo aspettavi. Senti la mia voce diversa del solito, come se incombesse nell’aria un brusco cambiamento di rotta. Quando prendi in mano la cornetta te ne accorgi subito.
Ti dico che non ci potremo più sentire. E che ti volevo solo salutare. Mi rispondi con voce tremante e impazzita. Mi dici che hai bisogno di me. Che mi vuoi conoscere di persona, e che non posso scomparire così. Ed io mi sento stringere il cuore come in una morsa. Dolorosamente. Ti dico che invece, purtroppo, quella è proprio l’ultima volta che mi sentirai. Non capisci il perchè. Indaghi. Domandi. Ma non ottieni risposte. Dici che mi devi toccare, baciare, assaporare. Che non ce la fai più. Devi sapere. Devi vedere. Devi dar risposta alle domande assillanti che ti pone così fortemente il tuo cuore.

Io sono l’incalzante voce di un saluto disperato. Il rumore di un fiume che sfocia nel suo mare. L’angoscia di un addio necessario e fortemente non voluto. Io sono la terra che ti mancherà sotto i piedi. L’aria che più non riempirà i tuoi polmoni. L’acqua che lascerà sete alla tua sete.

Non ti era mai capitato di essere così presa per un uomo, senza per altro neppure averlo visto. Mi dici che del mio aspetto fisico nulla mi importa. Che ormai la mia anima ha rapito la tua. Mi dici che se la mie sole parole tanto hanno potuto su di te, devi conoscere chi sa dare loro vita.

“Io sono qui a Bologna, amica mia. Mi troverai all’Ospedale Sant’Orsola. Al terzo piano dell’edificio C. Ti aspetterò. Noi già ci conosciamo…”

Stai zitta. Poi mi dici che è impossibile. Che la mia voce non l’hai mai sentita prima. Ne sei sicurissima. Mentre ti chiedi il senso delle mie parole “ti aspetterò”, guardi il telefono. E’ spento e non sto più parlando. Ti si ferma il cuore: l’avevi tenuto staccato da ieri sera, e non l’avevi ancora riacceso. Il sangue ti schizza improvvisono nelle vene. Ti ho spaventato. Non volevo…  Eppure amica mia, la mia voce non ha certo bisogno di un telefono, ormai, per farsi sentire da te.

Io sono  l’irrefrenabile corsa del tuo cuore che accellera, mentre guidi impazzita verso l’Ospedale. Io sono il grido di un motore che sgasa senza mai prendere fiato. Io sono il rumore arrabbiato di uno sportello che sbatte violento, mentre i tuoi tacchi corrono sull’asfalto bagnato di pioggia 

Il Sant’Orsola è gremito. Un fiume d’anime che s’affretta, regolare ed impaziente. Cammini veloce, guardandoti in giro. Mi cerchi ansiosa scrutando tra quei visi che passano e non si fermano. Anime dannate che attraversano il loro inferno. Cerchi il mio viso in ogni infermiere. In ogni dottore. In ogni paziente. In ogni persona che vedi nel corridoio. Ma no. Io non sono nessuno di loro..

Io sono la voce di ogni tuo silenzioso desiderio, bambina mia. Della follia dell’amore più disperato. Di quella incredibile forza in grado di sconvolgere ogni cosa. Perfino di sfidare la morte.

Nel tuo vagare disorientato per corridoi dell’ospedale incontri Elisa, la tua migliore amica. Ha gli occhi scavati. Consumati dal dolore di un mese in ospedale. Ti torna in mente la sua disgrazia, e subito ti senti in colpa per non esserti fatta viva, così presa dalla tua storia “telefonica”. Investito da un camion, è ancora in fin di vita Luca. Il suo carissimo fratello sordomuto. Il ragazzo forse  più bello che tu abbia mai visto. Il ragazzo più sfortunato, triste e solitario di questo mondo. Mai ti ha potuto dire una parola, ma sempre ti veniva a salutare con i suoi occhi. Ancora te lo vedi.

Io sono la voce straziata di un’assurda tragedia. Un mistero di parole donato dagli dei per compensare una vita di silenzio. Io sono semplicemente ed infinitamente tutto ciò che in vita non ho mai potuto avere.

Sbarri gli occhi, afferrata da un presentimento rivelatore. Incredula. Non riesci a focalizzare bene. Non può essere vero. No… Poi come un flashback ti torna in mente quel giorno dell’anno scorso. Per un attimo ricordi l’istante in cui Luca ti aveva regalato un tuo bellissimo ritratto. E tu, stupita per la perfezione di quel disegno, di nascosto a tutti, gli avevi lasciato un vivo bacio sulle labbra.

Io sono la voce del mio più grande rimpianto, amica mia. Quello di non averti potuto amare, mentre così tanto ti desideravo. Io sono la muta disperazione di un amore vissuto solo nell’anima e mai consumato. Io sono l’arcana forza che si è aggrappata alla vita, solo per entrare, almeno una volta, fin dentro al tuo cuore.

Sento che parli con mia sorella. Ti dice che sono clinicamente morto, ma che ogni tanto ho improvvisi ed inspiegabili segni di vivissima attività celebrale. E che quindi sperano ancora in un qualche miracolo. Nato sordo. Cresciuto muto, imprigionato dentro di sè ben oltre la sua sola malattia. Elisa ti dice, con un nodo alla gola,  che sono stato un artista rinchiuso dentro la prigione di se stesso. Guardi sul mio comodino. C’è il mio grosso quaderno di schizzi. Nelle ultime pagine ci sono solo tuoi ritratti.  Saranno almeno cento. Perfetti. Raccontano la tua vita meglio di quanto riuscirebbe chiunque altro. L’umore, i pensieri, i vestiti di tutti i giorni che eri andata a casa di Elisa.

Io sono la voce di chi non può parlare o sentire, ma che vorrebbe assordarti di sè. Io sono l’attesa di un sogno senza compimento. Io sono la follia dell’arte creativa, che ha saputo reinventare l’amore. L’impeto divino ed infernale di un sentimento oltre ogni convenzione.

Sento le tue braccia che mi stringono il corpo, gemendo. Sento il calore del tuo viso sul mio. Sento, per la seconda volta, il sapore delle tue labbra. Le carezze della tua lingua scavano nella mia bocca inerme, mentre la vita mi sfugge dal petto. Può sembrarti strano, amica mia. Ma non riesco a pensare ad un modo migliore di morire.

Io sono la voce delle tue lacrime che mi innaffiano il viso. L’urlo silente di un amore forte ed improvviso, nato e vissuto e fiorito in una muta serra. Io sono la voce di un’anima liberata alle stelle. Io sono l’eco spezzata di un infinito silenzio.  

Il racconto è, ovviamente, di fantasia, ed è stato scritto nel gennaio del 2008.

NEL BUIO

Immagine scattata per il blog "IL RAMO RUBATO" nell'anno 2007, per il racconto "Nel Buio". Immagine per adulti.

Io lo sapevo perfettamente che tu saresti tornata. E sapevo pure, senza dubbio alcuno, che tu avresti violato le regole. Eppure ero stato chiaro: noi non ci saremmo mai dovuti vedere. Mai… Io, per te, dovevo rimanere un perfetto sconosciuto. Per sempre.
Ma certi giochi diventano sublimi droghe, di cui non si può più fare a meno. Certi giochi ti fanno scommettere corpo e ragione nelle cose più assurde. Certi giochi sono fuochi che non possono spegnersi con poche gocce d’acqua. Non quando diventano così vivi. Non quando ti toccano il fondo dell’anima. E tu, quell’anima, fino a qualche settimana fa, neppure sapevi di averla.

Ora sei qui, di nuovo, sotto il mio ufficio, violando il nostro accordo. Ti guardi in giro, in mezzo alla gente. Mi cerchi, senza darlo a vedere. Proprio come la prima volta che “ci” siamo incontrati. Fai finta di nulla, come se tutto ciò ti lasciasse perfettamente indifferente. Ma io so bene quale oscuro diavolo ti abbia portato di nuovo da me. Conosco bene quell’onda anomala che ti ha investito, mente e corpo. E’ sete proibita che cerca la mia sete, una sete di cui ti vuoi annegare.

Mentre da lontano, con la coda dell’occhio, seguo divertito i tuoi gesti, torno con la mente al pomeriggio del nostro primo incontro, in centro a Bologna. Ti sono passato accanto, anche quella volta, senza guardarti, in mezzo agli altri. Mi sembra di essere una nuova volta lì. La gente passa. La gente ti sfiora. La gente ti ignora. Io faccio come gli altri. Intanto i tuoi occhi scorrono interessati e divertiti quelle immagini proibite sul libro. La Feltrinelli è zeppa di visitatori. Io potrei essere chiunque di loro. Ti trovo incantevole, amica mia. Come ti ho sognata ogni volta che ho parlato con te in chat. Il tuo volto è il ritratto della tua anima. E’ l’anima che ha rubato la mia… Molto presto, farai l’amore con me. Con un perfetto sconosciuto. E’ quello che hai sempre desiderato, nelle tue più intime fantasie. E presto lo avrai nel più dolce dei modi. Tu ora non mi vedi, ma io sono qui accanto a te. Sei al reparto fumetti, come ti avevo indicato. Hai in mano il libro di cui ti avevo indicato il codice. Non lo sapevi, è un libro di illustrazioni di Crepax. Mentre passo, guardi il disegno di una splendida Valentina, con i polsi legati dietro ad una sedia. Hai gli occhi fissi su di lei. Forse dentro di te stai pensando che devo essere una specie di maniaco. Forse stai pensando che ti stia proponendo giochi che non ti appartengono. Tu non li faresti mai. Tu non ci hai mai neppure pensato. Ti arriva un messaggio, da un numero sconosciuto. “…Guarda tra la rilegatura e il cartoncino…”. Non aspetti più di 3 secondi. Chiami subito il numero da cui ti viene il messaggio. Cerchi lo squillo in mezzo agli altri, ma non mi trovi.  Io sono già fuori, da dieci minuti. Sapevo perfettamente che avresti violato le regole. Mi cerchi, eppure ti eccita trovarmi così sfuggente. Io sono ovunque. Io sono in nessun dove. Io non ho alcun volto, io assumo il volto di chiunque ti passi accanto. E’ un gioco proibito. E’ il richiamo alle tue fantasia più segrete. E’ il preludio della sottile estasi con cui tra qualche giorno ti sommergerò. Guardi dentro il cartoncino. Scritti a mano ci sono i versi di una poesia che non hai mai letto:

“… Ti chiedo, amica mia, un viaggio per un oscuro recinto.
Chiudi i tuoi sogni. Entra col tuo cielo nei miei occhi.
Estenditi nel mio sangue come un ampio fiume…”

E ora sei qui. Di nuovo sotto quell’ufficio dove sei venuta poche settimane fa. Di nuovo a cercare di me. Resti seduta ad un tavolino, davanti al bar sotto al mio ufficio. Stai
cercando me. Come se niente fosse, stai leggendo un libro. Ma sei alla stessa pagina da venti minuti. Mentre fingi di leggere stai pensando a quello cha abbiamo fatto quella sera. Lo stai rivivendo in te. Lo sento. Lo leggo dai tuoi occhi. Mi avvicino al tuo tavolo e guardo con la coda dell’occhio cosa stai leggendo. Sono le poesie di Neruda. E il libro è aperto proprio su quei versi che ti avevo lasciato in libreria. Mi stai aspettando.

Cali gli occhi sul libro e una nuovo volta, dentro di te, rivivi incredula le stesse emozioni di quella notte. Come se le stessi per affrontare adesso. Come se tu fossi davanti a quel citofono. “Lavoro fino a tardi, stasera. Ti aspetterò nel mio ufficio, amica mia… ma tu ricordati le regole del gioco. Non dimenticarle mai… Io dopo stanotte, per te, sarò sempre uno sconosciuto” Su MSN ti ho spiegato dove era il mio ufficio. Davvero sei venuta da me. Neppure tu ci avresti creduto. Suoni la porta. Vedo i tuoi occhi dal videocitofono. Vi leggo la più deliziosa delle inquietudini. Estasi e tormento. Paura e desiderio. Resto dietro la porta e ti faccio entrare. Mentre la chiudo, la luce dell’ascensore che hai alle tue spalle, scompare. E ora sei sola, nel buio più totale, con un perfetto sconosciuto. Non conosci il mio nome. Non conosci il mio volto. Ti senti soltanto morire di paura. Mi avvicino alle spalle, dolcemente. Resto nel silenzio più totale. Esploro, con molta delicatezza, il tuo corpo. Tu sei immobile. Il tuo respiro è affannoso. Il tuo cuore è impazzito. Metto una mano sul seno a cercarlo. Sta battendo a mille. Le mie labbra invadono il tuo collo. Le mie mani, dolcemente, avvolgono le tue mani. Le sento fredde, le sento tese come una corda che vuole essere recisa. Non ti sembra vero quello che stai vivendo. Io per te non sono un “uomo”. Io sono solo la proiezione dei tuoi sensi. Io ho mille volti, e nessun volto. Assumo la forma di ogni tuo desiderio. Cavalco il demone delle tue più sottili inquietudini. Non dico una sola parola. Ma in quel silenzio le mie mani camminano sulla tua pelle. E’ il solletico di mille carezze e ti sta facendo venire la pelle d’oca. Ti fai sfilare il vestito. Fai fare tutto a me, al confine tra il terrore e l’apoteosi. Immobile, in piedi, in un teatro senza alcuna luce, assisti al più proibito dei tuoi desideri.

Ti porto su una sedia. Nel buio. Nel silenzio più totale sento i tuoi sensi che si dilatano. Le mie mani ti legano i polsi dietro alla schiena. Ti senti la Valentina inquieta delle pagine che leggevi alla Feltrinelli. La mia bocca cerca la tua bocca. Rispondi al mio richiamo. Obbedisci rispettosa a tutte le indicazioni che ti do, senza che io proferisca alcuna parola. Senti, nel buio, un rumore di un barattolo che si apre. Le mie dita si affacciano alle tue labbra. Riconosci la dolcezza del miele di castagno. Mi dici, con la voce tremante, che il miele ti è sempre piaciuto moltissimo. Tradisco al silenzio l’eco di un sorriso. Presto senti alle tue labbra un grosso corpo di carne, dolcemente vestito di miele. La tua bocca lo accoglie con un gemito incredulo. La tua bocca, del miele che lo avvolge, non ne lascia nemmeno una goccia. Mi rubi un sospiro. Ti aiuto a sistemarti in ginocchio sulla sedia. I tuoi gomiti appoggiano su un tavolo ora. Le mie mani ti aprono le gambe. Lentamente senti entrare in te il più forte dei piaceri. Accompagni i miei movimenti con gemiti di crescente intensità. Mai ti era capitato di essere travolta da una simile tempesta di emozioni. Mai ti era capitato di toccare così oscuri fondali del tuo mare. Ti riempo di baci. Tu giaci stremata e sudata, ancora in ginocchio. Mi dici che nessuno ti aveva mai fatto vivere simili sensazioni. Sorrido nel buio e ti accarezzo. Ti slego i polsi, e ti aiuto a vestirti. Nel buio e nel silenzio ti accompagno alla porta. Mentre dal mio ufficio ti vedo partire, mi chiedo solo quando ti rivedrò.

E ora rieccoti qui… vicina a me.
Io lo sapevo perfettamente che tu saresti tornata. E sapevo pure, senza dubbio alcuno, che tu avresti violato le regole. Eppure ero stato chiaro: noi non ci saremmo mai dovuti vedere. Mai… Io, per te, dovevo rimanere un perfetto sconosciuto, per sempre.
Ma tu sai violare le regole, e questo è il tuo miglior biglietto da visita con cui ti ripresenti a me, amica mia.  Perchè in quello che faremo noi, nei prossimi mesi, di regole non ne voglio proprio nessuna… Ora sai chi sei, e sai quello che cerchi da me. Dietro ai tuoi occhi innocenti vedo il tuo demone che cerca una nuova volta il mio. Mi avvicino al tavolo, e ti sorrido. “Ce lo prendiamo un caffè assieme?”

Sobbalzi mentre realizzi chi sono. Sei un fascio di nervi, ancora. Eppure, senza sapere chi ero, mi aspettavi qui da quasi un’ora. Resto freddo come il ghiacchio, mentre tu sei un fiume che straripa in un silenzioso mare di emozioni. Ti guardo negli occhi, e aspetto. Mi stai facendo una radiografia. Questo sono io, amica mia. Nel bene e nel male. Questa è la mia voce, eppure, come hai visto, io so parlare benissimo con i silenzi. Queste sono le mani che hanno legato i tuoi polsi, ma io posso legarti senza usare alcuna corda.  L’anima dello sconosciuto che hai amato si riempie del mio volto, della mia identità. Io leggo negli occhi i tuoi pensieri, come se fossero scritti su un libro. E ti sorrido. Capisci ciò che voglio da te. Con un filo di voce tremante, finalmente mi sorridi anche tu. E con divertita complicità, mentre la voce che ancora ti trema, mi dici

“… Nel caffè… per cortesia… ci vorrei anche un po’ di buon miele…”.

 

La foto ha titolo “Nel buio” ed è stata scattata a giugno 2007.
Il testo, scritto in giugno 2007, è completamente opera di fantasia