FANTASMI

<..> Boccate di un nero dolce sangue, ombre. Qualcos’altro mi tira su nell’aria cosce, capelli; Bianca godiva, mi spoglio – morte mani, morte stringenze. E adesso io spumeggio al grano, scintillio di mari. E io sono la freccia, rugiada che vola suicida dentro il rosso occhio, cratere del mattino. (Silvia Plath.)

lama

Ti osservano con severità fin quando sei entrata in questa casa i miei avi. Domandano con occhi seriosi chi sei, perchè siamo qui, cosa faremo noi stanotte in questa casa abbandonata. E tu, ben sapendo la risposta,  guardi altrove imbarazzata. La loro presenza nei quadri alla parete incombe su di noi. Mi fai presente che questa casa ti sembra popolata da fantasmi. Ti rispondo che effettivamente lo è, e di non preoccupartene. Ho già parlato con loro di te e non ti faranno nulla, se farai la brava. Ma vieni con me, ora te li voglio presentare. Scorrono tra le tue mani le loro vite. Guerre. Matrimoni. Povertà. Emigrazione e ritorno. Pure un suicidio per un amore finito male. Si intrecciano di nuovo le storie vissute tra queste pareti, dimenticate da decenni rivivono ora integre nelle foto ingiallite di un vecchio cassetto. Ascolti con grande interesse soprattutto il mio racconto della triste fine di una donna, morta in giovane età. La senti da subito profondamente vicina a te. Quasi la invidi nella pace che ora sprigiona la sua immagine.

Fuori cala la luce. E si avvicina l’ora del nostro morboso rito. Vai a sistemarti. Io preparo la camera per la notte, poi ti aspetterò qui, in “Sala”.

Guardo fuori dalla finestra, prima di chiudere le ante, come a voler chiudere il resto del mondo fuori da queste mura. Preparo la nostra camera con la stessa dedizione con cui tu nel frattempo stai preparando te stessa per il  nostro precipizio. Nessuno sa del patto. Nessuno sospetta della follia senza fine che ci lega. Di quella tua incosciente curiosità attorcigliata alla mia. Perchè per persone come noi, il più autentico dei piaceri può prendere vita solo nella deriva. Nell’abbandono incondizionato alla nostra natura ultima. Nell’estatico viaggio verso la parte più oscura ed intima della nostra esistenza. Dimenticati chi sei stata finora, mia sconosciuta, e ascolta le mie parole. Scopri con me la dolorosa necessità di ciò che portiamo dentro.

Esci dal bagno indossando solo una lunga camicia da notte bianca, simile alla tunica sacra di una vestale. Ti vengo incontro, sulla soglia della porta, ti accarezzo dolcemente prima i fianchi, poi il seno. Tu rimani in silenzio impassibile, senza guardarmi. E’ il tuo modo per dirmi che sei pronta. Che non hai paura di ciò che ti farò. Non indossi  mutande, e a questa scoperta un fremito di eccitazione mi invade nel profondo. Eppure i patti sono estremamente chiari. Non ci dovrà essere sesso tra noi stanotte, e  io intendo mantenere l’impegno preso. Ti mostro la benda che ti ho fatto preparare dalla sarta, con un giro di pizzo nero. La guardi compiaciuta, è fatta su misura per te. Ti copro gli occhi, e tu rimani impassibile, come se dentro di te avvertissi già tutto ciò che ti sto per infliggere. Come se le nostre menti stessero maturando una sorta di oscura telepatia, in questo buio che è calato sui tuoi occhi. Ti accarezzo con fermezza le spalle e ti guido verso la vecchia ottomana in ferro battuto. Mentre ti spoglio, lentamente, sento vibrare nelle mie vene i tuoi pensieri più inenarrabili.

Ha sbarre invisibili la tua gabbia. Robuste aste fatte di ricordi ostili, di desideri irrisolti, di parole che muoiono in gola nell’incapacità di uscire dalla tua bocca. E’ come se la felicità ogni ora ti fosse negata. Come se la paura di vivere e di essere amata ti paralizzasse. Come se ti fosse precluso ciò che per tutti gli altri sembra così naturale. Odi questo mondo. Questa tua esistenza ti è estranea fino al punto di voler morire. Mi hai chiamato a te perchè desideri fare esperienze,  scolpite da sempre nella tua fantasia. Ma soprattutto perchè vuoi allontanarti da te stessa. Da quell’ eccesso di perfezione che ha il sapore amaro di una catena. Da quel fondo di dolore che sempre ti accompagna. Perchè vuoi che in te cambi qualcosa, nel profondo. E io abbatterò questo muro invisibile che ti rende prigioniera. Passerò oltre di te, fino alla tua più intima esistenza. Rigida carceriera di te stessa, ora allenta la tua guardia. Fammi entrare negli antri più segreti della tua oscura prigione. Lascia che io sia per te come l’unghia di un segreto graffio. Perchè questo è l’unico modo che conosco per farti evadere dalla tua gabbia. Se vuoi uscire, devi lasciarmi entrare dentro di te. Tanto in profondità da farti toccare il fondo.

Ti faccio accomodare su un morbido cuscino. Ti rassicura il buio, in cui sei ora accudita. Ti protegge dalla ben più dolente realtà. E’ un ponte diretto tra le nostre anime, questo gioco perverso e sconsiderato. Tu dovrai rimanere solo immobile, come una piccola bambola di porcellana. Lascia che il mio desiderio di distruzione si fonda col tuo.Come una corda che lega le nostre anime in un legame strettissimo, fino a stritolare le nostre esistenze. Stenditi. Lasciati accarezzare. Lasciati toccare ovunque, senza alcun riguardo. Ti percorro come una strada impazzita. Frugo la tua nudità, invadendo con le mie dita la pelle che sta sotto la camicia. Tu trattieni il respiro, concentrata su te stessa e non su ciò che ti sto facendo.

Sono “sconosciuto”, e tale intendo rimanere. Ma tu non mi hai mai avvertito come tale. Fin dal nostro primo incontro, fin dalla nostra prima lettera, è come se io sapessi tutto di te, e tu di me. E’ come se le nostre anime mutilate fin da subito si siano unite per creare una più forte creatura. Ti aggiusto la testa. Ti accarezzo i capelli. Sfioro il viso con tutta la delicatezza che possiedo. E poi all’improvviso rompo il silenzio con un forte schiaffo sulla guancia. Rimani immobile, sprezzante del dolore. Con il viso proteso in avanti, in attesa. Mi avvicino per baciarti. E allora tu indietreggi. Non vuoi essere baciata, me l’hai detto. La mia mano colpisce con fermezza di nuovo il tuo viso. Lascio impronte rosa sulla tua pelle bianca. Stringo con autorità le punte dei tuoi seni, fino a farti sussultare. Posso farti tutto ciò che voglio, stanotte.  La mia anima si gonfia di spiriti oscuri a questo pensiero.

Vivi fuori della vita. Insensibile all’amore, come al dolore. Nell’eterna spinta ad uscire da te stessa, rimani incompleta e allo stesso tempo distante. Ora a cercare protezione in un abbraccio. Ora a scalciare quando avverti il sentimento di qualcuno che ti incalza. Mi hai scelto per la mia follia, per la mia capacità di mantenermi distante. Mi hai scelto per la sconsideratezza impunita con cui mi muovo abitualmente nei gesti più scellerati. Come se io fossi un vero Serial Killer, che finisce per uccidere la donna che desidera, nella totale incapacità di amarla.

Il gelo di due sottili catene circonda lentamente i tuoi polsi, uno alla volta. Questa improvvisa sensazione di freddo ti eccita nel profondo. Senti rumore di ferro che si muove sul ferro,  e uno dopo l’altro due piccoli clic-clac. Con due lucchetti ti ho fissato le braccia alle sbarre dell’ottomana. Provi a muovere le tue braccia, per capire se sto facendo sul serio. Le catene non ti concedono quasi movimenti. Tengo ora le chiavi, dei lucchetti e della tua vita, nella stessa tasca dei  pantaloni. Posso farti ciò che voglio. Nella costrizione a cui ti sottopongo, io divento libertà da te stessa. Fidati di me come mai hai voluto fidarti di qualcuno. Aprimi le porte della tua esistenza, e lascia che scivoli dentro di te.

Lego tra di loro le tue caviglie. Poi spalanco le tue cosce, divaricando le tue ginocchia, e legandole agli estremi dell’ottomana. Non puoi muoverti, nell’indecente posa in cui ti ho disposto. Guardo compiaciuto il tuo sesso, che spudoratamente mi trovo davanti aperto e nudo. Lo adoro, nella sua meravigliosa sproporzione al tuo esile corpo. Ci cammino intorno, con le mie mani. Per sfidare il tuo pudore. Mentre lo accarezzo il tuo corpo si ribella ed indietreggia, ma le tue mani nulla possono. Il bacino si divincola, ma sei bloccata ovunque. Le gambe restano aperte, e non puoi che subire il mio gioco perverso. Io accarezzo e tu ritrai. Non dici una sola parola, nell’umido combattimento della tua vergogna. Sto facendo tutto io. Sto facendo esattamente quello che vuoi tu.

Ti ha portato qui una forte attrazione malsana verso qualcosa che sta dentro  di te. Non ti inquieta più di tanto l’idea di essere torturata. Non è il dolore fisico che temi, ma il confronto con te stessa. Ti fai paura, nei tuoi desideri osceni che prepotentemente traboccano anche nei tuoi sogni. Sei tu che hai voluto essere qui. Sei tu stessa ad aver messo un coltello nelle mie mani. E ora i nostri differenti modi di essere sbagliati si intrecciano in una sola più compiuta verità. Noi siamo due voci stonate e stridule, che unite in coro sanno diventare melodia. Noi affianchiamo sconnessamente le nostre maledizioni, mescoliamo la distruzione che da sempre portiamo nel fondo dell’anima. Noi siamo incontro di lati oscuri, esplorazione dei nostri abissi più sommersi. Io sono il tuo assassino, sottraggo solo alla solitudine la voce assordante della tua distruzione, fino a renderla la mia stessa voce.

Porto il nostro rituale su un improprio altare di legno. Ti lego con lunghe corde. Ti immobilizzo completamente. Poi, con religiosa dedizione scrivo ovunque sul tuo corpo parole di rosso sangue. Sfriorandoti con la lama di un rasoio, traccio piccoli segni rossi sul tuo corpo, come fossero pennellate. E poi, senza la minima esitazione, ti frusto, con tutta la spietatezza che avresti tu nei tuoi confronti. E’ più forte di me, non riesco a non eccitarmi, in questo rito assassino. E tu immobile a respirare tutto il silenzio. A trovare la tua nuova forma, attraverso lo scalpello del dolore. Gioca con me, folle bambina, fino a quando la ragione non scalcerà così forte i nostri giochi, che noi dovremo scappare. Lascia che le nostre menti si leghino l’una all’altra, nel nostro precipitare, fino a quando non toccheremo il fondo dei nostri deliri. Fino a quando, le nostre vite ora unite nella follia, saranno strappate crudelmente dalla ragione.

Ti pulisco. Ti disinfetto. Mi prendo cura di te, con premura. E infine ti slego. Rimaniamo quasi in silenzio. E non sapremmo forse nemmeno cosa dire. Mi accerto che tu stia bene. E poi ti accompagno in camera con me, per la notte. Ci stendiamo uno di fianco all’altro. Spengo la luce, e ci auguriamo la buona notte, come se nulla fosse successo. Non so cosa pensi tu, ma io non ho alcun secondo fine, sopra queste lenzuola. E ho dentro di me ho la coscienza dell’impegno che ho preso con te. Ma le mie mani non seguono la mia ragione. Vanno per conto loro. Ti accarezzano. Ti toccano nel buio. Ti tornano a spogliare. Senti il mio corpo che struscia contro il tuo. E tu mi lasci fare tutto. Come possono i corpi non unirsi, mia sconosciuta, quando le anime tra di loro sono un’unica cosa? Fermami tu, perchè io non riesco a fermarmi. Ti bacio. E senza che ci diciamo una sola parola, entro dentro di te. E dentro di te mi consumo. Lentamente. Dolcemente. Fino ad una eterna piccola morte, che mi si libera della schiena e dirompe come un fulmine nella mia esistenza. Non mi dici una sola parola. Ma ti stringi a me.  Nessuna donna mi ha mai abbracciato così forte. Mi stritoli. Mi avvolgi. Rimani stretta a me per ore, fino a quando non ci addormentiamo.

Nella lunga notte di questa follia la casa si riempie di luci ed ombre che si muovono. Di voci che camminano nelle pareti. Di passi sussurati al pavimento. Di scricchiolii nei cassetti. Sono i miei avi, che disapprovano per ciò che abbiamo fatto e ci maledicono. Sono le voci della ragione, che ci incalza e ci domanda il perchè delle nostre azioni. Ma tu non ascoltare questi rumori, mia sconosciuta.  Rimani abbracciata a me tutta la notte. Ti proteggerò dai fantasmi che popolano questa casa. Rimani stretta a me per sempre, forte come ora. Perchè allora scaccerò perfino i fantasmi, ben più crudeli, che si annidano nelle tue paure. Ti proteggerò da te stessa. Dal desiderio mai domato di distruggerti. Dalla tua invisibilità al mondo. Dai tuoi pensieri più indomabili, rivolti contro di te come coltelli.

Non mi muovo. Non ti muovi. Rimaniamo nel buio abbracciati per ore. Alla luce dell’alba scompaiono i fantasmi. Ti alzi, e percorri la casa, nell’eco dei tuoi passi, alla ricerca del bagno. Ti ascolto in dormiveglia, mentre rientri in camera. Monti sul letto, ti metti alle mie spalle e, come se io fossi il tuo diario, scrivi compiaciuta con le dita sulla mia schiena due parole che da tempo avevi dimenticato.

“Sto bene”.

Poi ti attacchi al mio braccio sinistro. E io silenziosamente mi domando se sia più profondo il solco di una lama, o quello delle tue parole sulla mia pelle.
(agosto 2013, Il Ramo Rubato)

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