LA VOCE

… ti amo come si amano certe cose oscure. Segretamente. Dentro l’ombra e l’anima.
Ti amo come la pianta che non fiorisce e racchiude in sè la luce di quei fiori…
(Pablo Neruda)

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20 ottobre

Una strana inquietudine ti riempie la gola mentre prendi in mano il telefono. Come un presentimento. Come un respiro strozzato. Come un formicolio sulla pelle.  Fai il numero di tua madre: ti devi accordare per il pranzo. E invece ti rispondo io. Ti scusi. Probabilmente avrai sbagliato numero. Eppure, mentre stai parlando, leggi bene sul quadrante “mamma”. Ti colpisce la mia voce. Lo percepisco a pelle. Ti intimoriscono e assieme ti attraggono le frequenze pacate di cui so vestirla. Ti soffermi in spiegazioni non necessarie, quasi a prolungare questo fortuito incontro telefonico. Ed io, distaccato e compiaciuto, assecondo questo tuo tacito desiderio.

Io sono la voce che soggioga. Rete dell’anima. Prigione della ragione. Ragnatela invisibile di sentimenti dannati. Io sono la voce della tua oscura attrazione per il baratro. Io sono la porta verso un mondo inesplorato.

Torni a telefonare a tua madre,  ma rispondo sempre io. Ridi e ti scusi. Rinunci a telefonare a tua madre, avrai fatto forse qualche pasticcio con la rubrica. Ma poi, quando mezz’ora dopo provi a telefonare ad Elisa, per sentire di suo fratello, ti risponde sempre la mia voce. Ci scherziamo su. Mi dici che forse è un problema della scheda del cellulare, che ti manda solo sul mio numero. Io ti dico che è piuttosto un evidente segno del destino. Non ci siamo mai parlati, certo, eppure, da ignoti, giù lo facciamo come se ci frequentassimo da sempre.

Io sono la voce della tua imprudente incoscienza, amica mia.  L’eco di un abisso che altro abisso a sè invoca. Il vorticoso richiamo di una porta proibita, di cui presto ti donerò le chiavi. Io sono il tuo silenzio che si fa viva voce. Io sono la voce del “nulla” che presto diventerà ”assoluto”. 

Ti intrattieni mezz’ora, questa volta. Può sembrar strano, ma è sempre più facile parlare con uno sconosciuto, che con il nostro vicino di casa. Quando inizi a fare domande su di me, mi maschero elegantemente di mistero. Perchè anche le cose più innocenti sanno acquistare fascino, nella penombra, amica mia. Del mio labirinto tu mi chiedi il filo, ma io non sono Arianna. Io sono il Minotauro…

5 novembre

Il nostro strano incontro si ripete con crescente frequenza. E’ diventato il piacere di un’insolita relazione. Hai comprato un altro telefono, ed una nuova scheda telefonica. E il tuo vecchio telefono “guasto” ora lo usi solo per me.  Ogni volta, stranamente, parliamo per ore ed ore, senza che ti venga addebitato nemmeno uno scatto.

Entro nel tuo cuore. Giorno dopo giorno. Afferro le tue inquietudini. Racconto la tua anima come nemmeno tu sapevi vederla. Divento l’appuntamento segreto a cui non riesci a rinunciare. Divento soprattutto l’essenza rivelatrice di ogni tuo desiderio. Anche del più torbido. Lo specchio di una tua multiforme anima segreta. Ti svelo la tua infanzia più remota. Ti spiego tutto quello che del tuo passato, fino ad oggi, non ti era stato chiaro. Divento la tua intimità svelata. Il segreto stesso della conoscenza di te.

Io sono la misteriosa voce di tutto ciò che ti appartiene, e al tempo stesso ti sfugge.  Sono il tuo chiodo fisso. Il primo pensiero al mattino. La tua buonanotte alla sera. Il condimento dei tuoi pasti. L’incedere musicale dei tuoi passi. La viva ebbrezza del tuo respiro notturno.

Più volte hai chiesto la mia identità. Il mio nome. Ed io, puntualmente, ti ho sempre risposto ”Nessuno”. Ma poi ti stupisco raccontandoti qualcosa di te che non sai. Ti incanto e tu accetti il gioco del mio mistero. Come se fossi un’entità divina da accettare, e da non capire. Ma non sono affatto un veggente, amica mia. E neppure un mago. Semplimente raccolgo le tue parole nelle mie e ne completo l’essenza.

Io sono solo la voce della tua anima che si sta sciogliendo nella mia.

7 novembre

Mi chiami mentre sei immersa nella vasca da bagno. Assaporo all’istante il calore di quell’acqua. Sento fremere in essa il desiderio morboso del tuo corpo. Non mi dilungo in saluti e in formalità. Darò semplicemente alla tua anima, quello che mi sta chiedendo. Quello che nel fondo del cuore sommamente desidera. “Ascolta le mie parole, amica mia. Metti il telefono in viva voce e prestami le tue mani. Voglio fare di esse un delicato e magico strumento di piacere. Solamente spegni la luce. Poi lasciati trasportare dalle mie parole ciecamente…

Io sono la voce dei tuoi sensi dilatati. L’illusione del buio. L’infinita poesia di un gioco  fatto per amore. Io sono l’ebbrezza del piacere che ubriaca di sè i sensi. Io sono la suadente carezza delle mani sopra al tuo fuoco.  

Sfiori delicatamente il tuo corpo sotto l’acqua calda, accompagnata dal mio ipnotico parlare. Strofini con riscoperto vigore in mezzo alle tue cosce. Nella penombra dominata dalla mia voce ti pare che l’acqua si stia muovendo in modo strano e delicato. Come se ti stesse cullando dentro di sè. Diventi feto nel ventre caldo del mio suadente parlare. Ti pervade, incredibile, l’impressione di molte mani e molte bocche sul tuo corpo. La mia anima penetra la tua anima, e ti pare che il mio corpo stia facendo altrettanto con il tuo. Ma non è solo un’ impressione. Tu mi percepisci davvero dentro di te. Vivi un piacere viscerale e nuovo che si attacca alla tua carne, e ne muove le gesta impazzite.

Io sono la voce della passione che trascina i sensi. Il canto divino di un’unione mai consumata. Io sono l’estasi che cresce e piano piano ti porta a spasmodiche urla. Io sono il gemito strozzato di un piacere mai provato. Io sono il vulcano della tua mente trascinato fino alla sua esplosione.

Resti zitta, singhiozzando. Poi mi chiedi chi sono. O cosa sono. Come ho potuto fare quella magia. Dentro di te c’era un uomo. Non erano le tue mani. Era un uomo VERO quello che ti ha fatto traboccare di piacere. Era come sei io fossi nella vasca con te. Devi sapere chi sono. Mi vorrai. Anche se io fossi il diavolo. Tu sei mia. Fino all’anima. Ti stai consumando d’amore per ciò che non vedi. Io non ti rispondo. Rimango in assoluto silenzio e ti ascolto. Tu non puoi sapere quanto per me, questo amore, ormai sia tutto ciò che possiedo.

15 novembre

Molte altre volte ho rapito il tuo corpo, portandolo in quello stato di trance assoluto. Molte altre volte ho mostrato ai tuoi sensi la loro irruenta natura, facendola sfociare in un piacere così pieno da risultare quasi doloroso. Oggi invece sono richiamato ad un compito ben più ingrato: all’infame destino di un addio.
Per la prima volta da quando ci sentiamo, ti chiamo io. Ti sorprende, non sai per quale motivo, ma non te lo aspettavi. Senti la mia voce diversa del solito, come se incombesse nell’aria un brusco cambiamento di rotta. Quando prendi in mano la cornetta te ne accorgi subito.
Ti dico che non ci potremo più sentire. E che ti volevo solo salutare. Mi rispondi con voce tremante e impazzita. Mi dici che hai bisogno di me. Che mi vuoi conoscere di persona, e che non posso scomparire così. Ed io mi sento stringere il cuore come in una morsa. Dolorosamente. Ti dico che invece, purtroppo, quella è proprio l’ultima volta che mi sentirai. Non capisci il perchè. Indaghi. Domandi. Ma non ottieni risposte. Dici che mi devi toccare, baciare, assaporare. Che non ce la fai più. Devi sapere. Devi vedere. Devi dar risposta alle domande assillanti che ti pone così fortemente il tuo cuore.

Io sono l’incalzante voce di un saluto disperato. Il rumore di un fiume che sfocia nel suo mare. L’angoscia di un addio necessario e fortemente non voluto. Io sono la terra che ti mancherà sotto i piedi. L’aria che più non riempirà i tuoi polmoni. L’acqua che lascerà sete alla tua sete.

Non ti era mai capitato di essere così presa per un uomo, senza per altro neppure averlo visto. Mi dici che del mio aspetto fisico nulla mi importa. Che ormai la mia anima ha rapito la tua. Mi dici che se la mie sole parole tanto hanno potuto su di te, devi conoscere chi sa dare loro vita.

“Io sono qui a Bologna, amica mia. Mi troverai all’Ospedale Sant’Orsola. Al terzo piano dell’edificio C. Ti aspetterò. Noi già ci conosciamo…”

Stai zitta. Poi mi dici che è impossibile. Che la mia voce non l’hai mai sentita prima. Ne sei sicurissima. Mentre ti chiedi il senso delle mie parole “ti aspetterò”, guardi il telefono. E’ spento e non sto più parlando. Ti si ferma il cuore: l’avevi tenuto staccato da ieri sera, e non l’avevi ancora riacceso. Il sangue ti schizza improvvisono nelle vene. Ti ho spaventato. Non volevo…  Eppure amica mia, la mia voce non ha certo bisogno di un telefono, ormai, per farsi sentire da te.

Io sono  l’irrefrenabile corsa del tuo cuore che accellera, mentre guidi impazzita verso l’Ospedale. Io sono il grido di un motore che sgasa senza mai prendere fiato. Io sono il rumore arrabbiato di uno sportello che sbatte violento, mentre i tuoi tacchi corrono sull’asfalto bagnato di pioggia 

Il Sant’Orsola è gremito. Un fiume d’anime che s’affretta, regolare ed impaziente. Cammini veloce, guardandoti in giro. Mi cerchi ansiosa scrutando tra quei visi che passano e non si fermano. Anime dannate che attraversano il loro inferno. Cerchi il mio viso in ogni infermiere. In ogni dottore. In ogni paziente. In ogni persona che vedi nel corridoio. Ma no. Io non sono nessuno di loro..

Io sono la voce di ogni tuo silenzioso desiderio, bambina mia. Della follia dell’amore più disperato. Di quella incredibile forza in grado di sconvolgere ogni cosa. Perfino di sfidare la morte.

Nel tuo vagare disorientato per corridoi dell’ospedale incontri Elisa, la tua migliore amica. Ha gli occhi scavati. Consumati dal dolore di un mese in ospedale. Ti torna in mente la sua disgrazia, e subito ti senti in colpa per non esserti fatta viva, così presa dalla tua storia “telefonica”. Investito da un camion, è ancora in fin di vita Luca. Il suo carissimo fratello sordomuto. Il ragazzo forse  più bello che tu abbia mai visto. Il ragazzo più sfortunato, triste e solitario di questo mondo. Mai ti ha potuto dire una parola, ma sempre ti veniva a salutare con i suoi occhi. Ancora te lo vedi.

Io sono la voce straziata di un’assurda tragedia. Un mistero di parole donato dagli dei per compensare una vita di silenzio. Io sono semplicemente ed infinitamente tutto ciò che in vita non ho mai potuto avere.

Sbarri gli occhi, afferrata da un presentimento rivelatore. Incredula. Non riesci a focalizzare bene. Non può essere vero. No… Poi come un flashback ti torna in mente quel giorno dell’anno scorso. Per un attimo ricordi l’istante in cui Luca ti aveva regalato un tuo bellissimo ritratto. E tu, stupita per la perfezione di quel disegno, di nascosto a tutti, gli avevi lasciato un vivo bacio sulle labbra.

Io sono la voce del mio più grande rimpianto, amica mia. Quello di non averti potuto amare, mentre così tanto ti desideravo. Io sono la muta disperazione di un amore vissuto solo nell’anima e mai consumato. Io sono l’arcana forza che si è aggrappata alla vita, solo per entrare, almeno una volta, fin dentro al tuo cuore.

Sento che parli con mia sorella. Ti dice che sono clinicamente morto, ma che ogni tanto ho improvvisi ed inspiegabili segni di vivissima attività celebrale. E che quindi sperano ancora in un qualche miracolo. Nato sordo. Cresciuto muto, imprigionato dentro di sè ben oltre la sua sola malattia. Elisa ti dice, con un nodo alla gola,  che sono stato un artista rinchiuso dentro la prigione di se stesso. Guardi sul mio comodino. C’è il mio grosso quaderno di schizzi. Nelle ultime pagine ci sono solo tuoi ritratti.  Saranno almeno cento. Perfetti. Raccontano la tua vita meglio di quanto riuscirebbe chiunque altro. L’umore, i pensieri, i vestiti di tutti i giorni che eri andata a casa di Elisa.

Io sono la voce di chi non può parlare o sentire, ma che vorrebbe assordarti di sè. Io sono l’attesa di un sogno senza compimento. Io sono la follia dell’arte creativa, che ha saputo reinventare l’amore. L’impeto divino ed infernale di un sentimento oltre ogni convenzione.

Sento le tue braccia che mi stringono il corpo, gemendo. Sento il calore del tuo viso sul mio. Sento, per la seconda volta, il sapore delle tue labbra. Le carezze della tua lingua scavano nella mia bocca inerme, mentre la vita mi sfugge dal petto. Può sembrarti strano, amica mia. Ma non riesco a pensare ad un modo migliore di morire.

Io sono la voce delle tue lacrime che mi innaffiano il viso. L’urlo silente di un amore forte ed improvviso, nato e vissuto e fiorito in una muta serra. Io sono la voce di un’anima liberata alle stelle. Io sono l’eco spezzata di un infinito silenzio.  

Il racconto è, ovviamente, di fantasia, ed è stato scritto nel gennaio del 2008.

COME UN VIAGGIO

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“Vogliamo scender nell’abisso, giù nel covo, fino a bruciarci il cranio: Inferno o Cielo, che importa? Fino in fondo all’ignoto per trovare del nuovo.” (C. Baudelaire) . .

E’ un preciso istante quello in cui una donna ed un uomo escono così tanto dai loro binari esistenziali, da legarsi l’un l’altro. E’ l’ardito superamento di una linea rossa. Un attimo infinito ed assieme sfuggevole in cui due anime si marchiano vicendevolmente del proprio fuoco. Una frazione infinitesima di eternità in cui esse, senza accorgersene, scivolano assieme nella stessa irragionevole contraddizione.
Sfido il traffico per rubare minuti al mio incolpevole ritardo. Parcheggio la macchina. “Sto per arrivare. Spegni il tuo cellulare, bambina mia, e metti la benda sugli occhi.” Riempio l’inestinguibile sete di denaro del parchimetro per quattro ore. Non bastano. Frugo tra le tasche fino a trovare altri due euro. Serviranno anche quelli.

E’ come un salto nel vuoto. Un passo che fai oltre il precipizio. Il piacere di una caduta improvvida e pericolosa. Una scoperta che attendi di compiere da molto tempo. Ho rubato il tuo sonno, assieme alla tua ragione. Ho demolito certezze. Smantellato dogmi. Aperto dubbi. Ed ora hai paura di te, delle emozioni che ti percuoteranno. Hai paura di me. Di ciò che faremo. Paura di provare troppo piacere. Di sprofondare nelle sabbie mobili del rimorso. Ti sei detta cento volte “no”. Che alla fine non saresti venuta. Che ti saresti sentita in colpa verso di lui. Ma se i tuoi desideri e le tue virtù non fossero in questo continuo tormentato conflitto tra loro, non ti troverei così interessante.

E’ come il racconto che ho scritto per te, bambina mia. Dopo tanti mesi che l’hai cullato e letto, lo vuoi vivere sulla tua pelle. E ora tu mi stai aspettando. Col batticuore che sembra musica tribale. Seduta sul letto di un albergo, in una città lontana centinaia di chilometri da casa tua. Dopo aver fatto carte false per trovare il tempo e il modo di venire qui.  Tu sei l’emozione di un’imprudente scommessa fortemente voluta e infine conquistata, una sfida aperta con te stessa che ora voglio farti vivere fino in fondo. Oltre il muro del lecito. Oltre i paletti precisi ed ordinati con cui si recinta la quotidianità.

Hai lasciato la porta chiusa, senza accorgertene. Busso. Tu sei bendata. Non puoi vedere. Cammini nel buio. Ti fai strada a tentoni. Cerchi con le mani la porta. Mentre quasi ti manca il fiato per l’emozione. Tutto ciò ti sembra irreale e divino. Assurdamente piacevole ed assieme temibile.

E’ come un gioco. Una moscacieca proibita che ci rende assieme complici e bambini disobbedienti. Un nascondino di anime sconosciute dentro un luogo altrettanto sconosciuto. E’ il gioco del silenzio, in una città mai vista. In una strana deviazione delle nostre esistenze dal loro destino.

Chiudo lentamente la porta alle mie spalle, mentre tu resti in piedi in attesa. Lascio dietro di essa tutte le ragioni per le quali noi non dovremmo essere qui. Respiri forte davanti a me, senza dire nemmeno una parola. Come a prendere coraggio. Come a prendere aria, prima di una lunga e profonda immersione dentro di te. Io ora non sono più un sogno. Non sono più un racconto. Non sono più la fantasia irrequieta che tante volte ti ha rapita nelle mie parole. Per la prima volta, senza che tu mi veda, ti sto toccando. Oggi sono fatto di carne, e non più di parole.

Ti aggiusti la benda, prima che ti scivoli. E intanto senti le mie mani che ti cingono il ventre. Che ti accarezzano dolcemente i fianchi, per poi salire ai tuoi seni. Mi metto dietro di te. Afferro le tue spalle, le tengo delicatamente strette, come se fossero un delicato manubrio di vetro. Come se la mia forza mal calibrata potesse spezzarti in due. Fatti guidare, bambina mia. Segui i miei passi. Segui le frequenze di questo tuo abbandono. Siediti qui, su questo letto. Penserò a tutto io.

Tra le labbra e la gola. A mezza via tra una dirompente paura  e il desiderio di superarla. Trattieni parole che non sanno se uscire. Contieni faticosamente la pioggia battente di emozioni che ti sta sommergendo. E’ un silenzio rumoroso, quasi assordante, carico di pensieri delicati. Un ponte sospeso tra la realtà e il desiderio di superarne i limiti. Mentre ti esploro, tra la pelle ed i vestiti, sento che ti stai lasciando andare. Qualcosa in te  ha iniziato a volare lontano. Con i tuoi sensi dilatati. Con le mie ali protettive e assieme impure.

E’ come un viaggio, bambina mia. E’ come il percorso delle mie mani sopra al tuo corpo. Dentro di te. Dentro di me. Alla ricerca di quel fugace niente che da solo sa dar senso ad un’intera esistenza. Oltre quei limiti di oscuro che io e te, da sempre, ci portiamo dentro. E’ come un viaggio, lontano da noi. Fuori dal tempo. Fuori dalle nostre vite. Fuori da ogni logica di compromesso. Un appuntamento con te stessa, a cui stavolta non sei mancata. Un allontamento infinito e istantaneo dalla tua vita, prima di un nuovo rientro in essa

Segui i miei baci, mentre ti spoglio. Cerchi le mie labbra ogni volta che ti tolgo un indumento. Mentre scorrono le maniche della maglia sulle tue braccia. Mentre combatto con il ferretto del tuo reggiseno. Mentre ti sfilo le tue mutandine impazientemente bagnate. Resti vestita solo della tua benda rossa e di un incondizionato abbandono alle mie mani.

E’ come una discesa negli abissi. Un silenzioso precipitare senza paracadute dentro all’ignoto che nascondi dentro. Lentamente ti mostro l’ingresso esclusivo di questo tuo personale inferno. Ti sto conducendo amabilmente verso la dissoluzione. Verso il peccato. Verso l’abbandono e la perdizione. Verso la muta voce che guida i tuoi sogni più impuri.

Prendo la tua caviglia. La accarezzo. La bacio. La accudisco. La venero un po’, prima di legarla ad un piede del letto. Ridi. Combatti docilmente per non darmi il secondo piede. Per non aprire le gambe. Ed io sorrido. Mi piace questo combattimento scherzoso. Ti copri con le mani, con un delicato pudore che ti rende irresistibile e sensuale. Dammi anche le tue mani. I tuoi polsi. Dammi la fiducia che non sei mai riuscita a dare a nessuno. Affida la tua stessa vita, per un attimo, nelle mie mani.

E’ come un quadro di Mirò, bambina mia. Fatto di corde e di lenzuola. Di carne viva e di odori peccaminosi. Di ombre e di pensieri impuri. Dissemino emozioni primordiali su questa tela. Disordinatamente. Appassionatamente. Inquietamente. Vi muovo consapevolemente le mie fantasie. Vi ripongo le promesse che mi hai distillato. Tengo i fili di questo gioco impuro e proibito, come se stessi componendo la tua perdizione.

Senti i miei morsi scavare nelle tua pelle, e la mia lingua piovere sui fuochi del tuo corpo. Senti la vertigine di un cammino sempre più proibito e pericoloso. Senti che le mie mani fanno delicato scempio delle tua intimità. Assaggi il mio sapore, con la punta della lingua, con la delicatezza con cui scopriresti un vino nuovo. Mi sorridi, sotto la benda rossa. E in quell’istante ti desidero infinitamente. E’ fatta di carezze e di regole infrante questa nostra strada. Di poesia e di sregolatezza. Di desiderio e inquietudine. Accoglimi in te, bambina mia. Sommergimi di te. Contienimi dentro fino all’estremo delirio di questa nostra follia.

E’ come una musica, il piacere che sale nell’unione dei nostri corpi. Come un incalzante Bolero di Ravel che cresce avidamente, nutrendosi di quanto ha intorno. Mi risucchi dentro di te, con voracità e delicatezza. Mi trattieni in te. Mi fai vibrare coi tuoi respiri. Col la mia carne che struscia dentro la tua. Morbidamente. Mentre i tuoi seni ballano dello stesso ritmo del mio corpo. Mentre i nostri respiri, crescendo, si confondono e si avvicinano indefinitamente.

Ti guardo, distesa e ancora legata. Gioco con la tua benda. La scopro, la ricopro nella penombra. Scherzi con me, con la delicatezza di una bambina. Calo la benda. Mi guardi. Ti guardo. Ed è la prima volta.

E’ come il parto di una tua nuova esistenza. Travagliato, voluto e assieme combattuto. Conquistato con il coraggio di una lucida follia. Come una prova del fuoco. Come se, nella tua schiena fossero spuntate le ali di un nuovo proibito sentire. Come una farfalla appena germogliata dalla sua tranquilla crisalide.

Alterniamo le parole alle carezze, ai baci. Dolcemente gioco con i tuoi seni, con la pelle della tua schiena, con il tuo magnifico sedere, mentre parliamo delle nostre vite lontane. Porteremo nel tempo il ricordo di questi momenti impuri, bambina mia. A volte li ricorderemo con vergogna e distacco. Altre volte con quella dirompente nostalgia che strappa i pensieri dal cuore e li proietta nell’indefinito ricordo della felicità.

Entro in te per l’ultima volta. Ti metti in ginocchio sul letto, e appoggi i polsi sui cuscini. Ti mordo le spalle, mentre allarghi lentamente le gambe. E penso al tuo corpo come ad un magnifico dono che mi offri. Incondizionato e senza pudore alcuno. Ti sento, per un secondo e per sempre, come quella frazione di te che esiste per me e per nessun altro.
Consumiamo negli ultimi abbracci il sapore dell’estasi. Mi lasci un disegno che hai fatto per me. E nulla di più prezioso potevi affidarmi, di un pezzo della tua anima.
Mi guardi. Ti guardo. Ed è già l’ultima volta, prima che centinaia di chilometri e due differenti destini, ci riportino alle nostre realtà. Senza davvero sapere se mai ci rivedremo. Senza nemmeno la certezza del solo risentirci.
Per un giorno. Per anni. Per un solo minuto. Tu non lo sai per quanto e come. Non lo so nemmeno io. Sorrido, mentre la porta della tua camera si chiude alle mie spalle come un sipario calante. E’ proprio questo, bambina mia, il preciso istante in cui io e te stiamo legandoci: mentre chiudo questa porta, e tu stai rivedendo quello che abbiamo appena vissuto. Mentre ci siamo lasciati come per un “addio”, ed entrambi invece, silenziosamente, stiamo adesso capendo che sarà un “arrivederci”.

La foto ha titolo “Come un viaggio” ed è stata scattata nel febbraio 2008.

Il brano della poesia che apre il racconto è tratta da “Le fleurs du mal” di Charles Baudelaire. Il testo è stato scritto nel marzo del 2008