ZUCCHERO A VELO


Mano con nastro.
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“Là dove i fuochi oscuri si confondono.
Lontano. Lontano. Là dove non v’è altro che la notte,
l’onda di un disegno e la croce di un desiderio.”
(Pablo Neruda)

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Zucchero a velo. A volte lo senti nel vuoto, quando sono lontano. E allora per un istante ti fermi. Mi cerchi stupita intorno a te, e ti domandi cosa stia facendo in quel momento. Ti domandi perchè tu mi stia sentendo così vicino, quando in realtà sto a chilometri di distanza. E’ come se fossi invisibile, nascosto dietro alla porta della tua camera. Come se fossi un fantasma dispettoso, che si diverte a rivelare la sua presenza attraverso intangibili segni. E rimani sospesa a cercare il perchè.  Ma ora invece sono qui davvero. Di nuovo. Per poche ore appena.  Mi vieni incontro. Ti dico di seguirmi, ma tu non mi guardi negli occhi. Ci conosciamo da mesi, tanto in profondità come mai era capitato. Mi hai dato le chiavi della tua vita stessa, ma ancora non il tuo sguardo. E in questo pudore racchiudi tutta la tua sensualità. Hai smesso di pensare alla follia di ciò che facciamo. Hai smesso di opporti alla parte di te che vorrebbe scappare via. Ha ceduto la ragione, di fronte all’evidenza di un’intima necessità. E’ un patto crudele, quello che ci lega, che trova nel dolore la sua ragion d’essere. L’infelicità è la nostra divisa, e il nostro giardino cresce rigoglioso, solo se annaffiato di lacrime.

Cammini veloce, senza guardarti intorno. Come se la gente sospettasse ciò che siamo venuti a fare. E mentre ti porto al tuo patibolo penso a te come ad una bambina indifesa. Io sono il cavaliere senza macchia, pronto a morire per difenderti. Io sono l’orco cattivo, che si nutre ogni volta della tua carne. E tu qui con me. Protetta e al tempo stesso minacciata dalla mia ombra imponente. Porto nel cuore un gigante crudele e assassino, ma sulle spalle il baluardo della tua esistenza più segreta. Al di là della più licenziosa morale. Della più degradata giustizia. Più a fondo dei sensi. Più in alto del pensiero.

Impera un letto a baldacchino al centro della stanza. Regnano silenzio e penombra, fuori e dentro di noi. Ti provo a spogliare, ma tu me lo impedisci. Ti accarezzo il seno. Ti sfioro le mani. E poi nessuna tenerezza. Mentre ti spogli ti guarda il lupo che dimora nella steppa della mia coscienza.
Stai ferma. Fai fare tutto a me. Assisti partecipe alle mie più scellerate azioni. Nessuna parola dalle labbra, ma un fiume di parole che confuso ti straripa dentro fino ad annegare. Le ascolto tutte le tue mute parole, mentre ti accarezzo. Vinco di forza le tue ultime resistenze per legarti polsi e caviglie.Ti accavallo lo membra nello spostarti. Ti dispongo in ginocchio. E poi rumore di cinghia, nel buio, a cercare la tua carne. A cercare il mio piacere.  Sangue, che esce dalle ferite. Sangue che pulsa nel mio sesso, fino a rendere dolorosa la sua vana ricerca di piacere. Parole sussurrate nell’orecchio a scavare nel tuo segreto. Mani tra le cosce, ad impregnarsi della tua eccitazione. E poi il demone dentro, a raccogliere il sacrificio offerto dal tuo corpo. A gonfiare la mia anima del tuo annichilimento. A sprizzare fino al cielo e alle lacrime, tutta la sua volontà di distruzione.

Io sono un abisso. Su questo lato della mia anima non si può che affondare. Io sono l’ amplificatore impazzito del tuo dolore. Del peso insostenibile della vita.
Io sono il coltello che divertito lacera la tua pelle alla ricerca del colore rosso. Nessuno ci vede. Nessuno ci sente. Noi non esistiamo. Non siamo. Non saremo, nè siamo mai stati. Ma qui vive il riflesso più autentico ed abissale delle nostre nature. Noi qui siamo tutto ciò che gli altri non potranno mai sapere. Tutto ciò che gli altri non potrebbero mai capire. Noi siamo il tutto che racchiudiamo nella nostra bolla silenziosa. Noi siamo il niente che non lascieremo mai trapelare. Indissolubilmente uniti nel nostro più immorale segreto. Nel tuo dolore si compenetra meravigliosamente il mio piacere. Le corde stringono, mentre ti opponi all’amore. Ti tengo per i capelli, mentre affondo dentro di te. Ti tengo la mano, mentre il mio corpo martella il tuo. Assiduo. Vertiginoso. Estraniante. L’esplosione del piacere si trascina via tutto il nero della mia anima.
E allora ti torno a guardare. Come se fossi un’opera d’arte ti contemplo. Ti venero. Mi stendo al tuo fianco a guardare il soffitto, pieno di te. E senza dirtelo penso che ti amo. Come mai ho mai ho saputo amare qualcuno, così ti amo. Per quello che siamo, nella nostra follia. Per il nostro percorso così scellerato.
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Mi avvolgi delle tue braccia e mi stringi come nessun’altra saprà mai fare. Racchiusa tra le mie spalle, come nelle mura di un castello, per un attimo sorridi.  Mi dici che una cosa, più di ogni altra, ti piace in me. Il mio odore. Lo dici, poi mi respiri. Mi trattieni a te con un abbraccio immenso e mi riveli. “Zucchero a velo! Si. Mi piace perchè assomiglia all’odore che fa anche la mia pelle al sole.”
Mi annuso. Ti annuso. Non sento assolutamente nulla che ricordi lo zucchero a velo. Sorrido e ti dico che sei completamente pazza. Ma non mi faccio più domande su di te. Su  di noi. Semplicemente mi inebrio del tuo abbraccio e di tutta la follia che porti nella tua intimità. Mi chiedo cosa siamo. E per quanto potremo vederci in questo modo.
Guardi altrove, mentre ti rivesti. E io mi chiedo la differenza tra dolore e piacere, senza darmi risposte. Noi non siamo nulla, se non il punto di incontro delle nostre follie. Non siamo altro che quell’ effimero odore di zucchero a velo nell’aria. E un fiume impazzito di parole disperate. Non siamo che la manciata di minuti che rubiamo alle nostre esistenze. Noi non siamo che l’eco di quei pensieri che popola la nostra corrispondenza. Ma tu così bella. Così fragile. Così invisibile. Così delicata. Il tuo dolore è diventato il cibo della mia anima.

Andiamo alla stazione. E quasi non ti riesce di salutarmi che sei già sfuggita. Ogni volta che parti mi chiedo se ci rivedremo. Noi siamo sbagliati, e il futuro ci taglierà le gambe. Mentre il treno parte, alle mie spalle, per un secondo appena mi riempio di eternità. Si. Un giorno moriremo di ragione. Saremo chiamati di nuovo a render conto ai nostri destini. Ma tu per me sempre sarai rifugio ossessivo della memoria. Sarai gli abbracci che ho strappato al tuo pudore. Sarai tutto il sangue che ho fatto scivolare dalle tue vene. Sarai l’incertezza contradditoria delle tue intimità più nascoste. Sarai gli sconvenienti segreti che nel silenzio abbiamo rivelato. E, nell’assenza, trainerai questi pensieri verso l’oblio di ciò che più non appartiene. Un giorno, senza saperlo, sarai il piacere doloroso di un’abissale nostalgia.

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